Il ciclista di pietra dell’Isola di Bali

La vera storia del Lotus Bike, senza dover scomodare visitatori alieni e viaggiatori del tempo

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Da qualche tempo, su internet, in alcuni siti pseudo (molto pseudo) scientifici, sono apparsi articoli che vorrebbero provare l’esistenza di visitatori intergalattici o viaggiatori del tempo attraverso alcuni bassorilievi in antichi templi collocati in luoghi diversi del mondo, che mostrerebbero elementi di modernità, come biciclette, tute spaziali, astronavi… Uno di questi articoli parlava, senza cognizioni, del Lotus Bike di Bali. Un luogo che conosco bene e al quale, una ventina di anni fa, dedicai un articolo sulle pagine web de L’Espresso.

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La prima volta che mi imbattei nel Lotus Bike fu nella seconda metà degli Anni Novanta, in una guida turistica dell’Indonesia che stavo consultando in biblioteca per cercare spunti per un prossimo viaggio. Rimasi folgorato da quella meravigliosa immagine che veniva presentata senza spiegazioni e dissi a me stesso che prima o poi avrei dovuto andarci, per saperne di più.
L’occasione arrivò qualche anno dopo, all’alba del nuovo millennio.

Dal diario di allora…30 giugno. Nord di Bali
Abbiamo raggiunto l’estremo nord dell’isola con uno scopo preciso: rendere omaggio al dio della bicicletta, che non può che trovarsi qui, nell’isola delle mille divinità. La variopinta e gaia congrega dell’eden induista balinese, ben più lieve e festoso di quello indiano, può stringersi un poco e far posto anche a lui.
La nostra meta è il Pura Maduwe Karang, nei pressi di Kubutambahan. Questo bellissimo tempio dedicato alle divinità agresti è per lo più trascurato dai turisti, che gli preferiscono, va’ a capire perché, quello nella vicina Sangsit.
Persino il guardiano si stupisce di vederci arrivare. S’alza trafelato dall’ombra di un patio sciancato, dove stava sonnecchiando, e ci viene incontro. E subito sbucano da non si sa dove tre marmocchi ben determinati, forse figli suoi. Ci fanno indossare il sarong, obbligatorio in ogni tempio induista, poi ci portano, anzi ci trascinano in giro, facendoci da guide. Recitano a memoria la storia del santuario, raccontano di Brahma creatore, Visnù protettore, Shiva distruttore. Talvolta recitano in coro. Si abbandonano a virtuosismi, ripetendo le stesse frasi in inglese, francese, tedesco, italiano e persino, così dicono, giapponese. Tanta erudizione andrà per forza ricambiata con una mancia supplementare; è chiaro.
Ci portano subito a vedere ciò per cui siamo venuti: il bassorilievo del ciclista, il Lotus Bike. L’opera raffigura un uomo a cavallo di una bicicletta che ha petali e fiori al posto delle ruote e della moltiplica, e che pedala immerso in una cascata di fiori di loto. Uno dei marmocchi raccoglie un fiore bianco dal prato e lo infila sopra l’orecchio del ciclista. Le piccole guide ci informano che l’opera è molto posteriore alla costruzione del tempio: è del 1904 e raffigurerebbe un certo olandese di nome Nieuwenkamp.
Mi distraggo dalla spiegazione e con le informazioni che ho raccolto prima della partenza, in testa mi scorre una specie di film. Tipo kolossal storico. Anno 1597. Il veliero olandese che beccheggia al largo delle coste settentrionali. Il primo contatto con l’isola. Non ci sono frecce né lance ad attendere i visitatori dai capelli gialli, ma un corteo sontuoso e grottesco; quasi felliniano: il sovrano dell’isola in testa a una carovana di carri addobbati di fiori e frutti e foglie intrecciate di palma. E poi le mogli del re, a decine, bellissime e truccatissime come ballerine di Legong, e il corteo dei nani, persino.
Il capitano olandese Cornelius Houtman è uomo severo, ma che non disdegna i piaceri della vita. E in effetti l’esplorazione dell’isola procede con una lentezza inammissibile. Condizionata più dai movimenti sinuosi delle danzatrici balinesi che dai monsoni. Quando Houtman deciderà di richiamare la ciurma all’ordine per ripartire, buona parte dell’equipaggio preferirà ammutinarsi piuttosto che tornare a casa.
Ma questa è un’altra storia. Il ciclista di Kubutambahan è di molto posteriore, dei primi anni del Novecento. Molto è cambiato nei rapporti con i conquistatori europei. Appena due anni dopo sarebbe scoppiata la guerra di resistenza contro gli invasori dall’Olanda e molto sangue balinese sarebbe stato versato. Piuttosto che arrendersi alla palese superiorità militare europea, gli indigeni, seguendo l’esempio dei loro principi, avrebbero preferito lanciarsi in combattimenti suicidi. Il cosiddetto puputan, variante indonesiana del kamikaze. Diverse migliaia di balinesi sarebbero caduti nell’inutile difesa di Denpasar.
Ahi! Lo spettro del colonialismo viene ad adombrare la bellezza del ciclista di Kubutambahan. Questa proprio non me l’aspettavo.
Eppure questo Nieuwenkamp mi ha incuriosito. Mi dico: se i balinesi hanno voluto raffigurare un europeo, olandese per di più, su questo importante tempio del nord, qualcosa di buono doveva pure avere.

3 luglio, Ubud, nel centro di Bali
Ubud, capitale artistica e culturale di Bali, recita la guida, precisa fino alla pedanteria. Ci siamo stabiliti al Loka House, una minuscola pensione a pochi passi da una foresta popolata da dispettosi macachi. L’albergo ha soltanto quattro stanze e un piccolissimo giardino interno. Qui, immerso tra fiori e piante, c’è l’immancabile tempietto domestico: una colonnina di pietra, con sopra un minuscolo trono, anch’esso di pietra. Su di esso potrà sedersi la divinità, quando scenderà a ritirare le offerte. Al mattino, quando m’affaccio alla finestra, mi piace immaginarmi Ganesha, con la proboscide e le quattro braccia, seduto sul trono, a consumare la sua merendina.
Ma ahimè, la fretta, compagna molesta dell’occidente, nemica delle coronarie, dell’ozio e della bicicletta; e, molto più genericamente, della felicità, incombe ormai anche su Bali. Preparare le merendine per gli déi richiede un certo tempo, che anche qui comincia a scarseggiare. Per fortuna, al mercato di Denpasar trovi piattini di offerte già pronti e incellophanati. Piccole confezioni fast-food per gli dei.
In una libreria del centro di Ubud trovo quello che cerco su un pesante e costoso volume illustrato. Scopro che questo W.O.J. Nieuwenkamp, nato ad Amsterdam nel 1876, fu tra i primi artisti europei a visitare Bali, dove visse per diversi anni. Soprannominato “The Wanderer”, il vagabondo, fu pittore autodidatta e grafico, studioso di arte, viaggiatore, esploratore, archeologo dilettante, ciclista. Nel 1918 organizzò una mostra ad Amsterdam, dedicata all’arte balinese, in collaborazione con Gregor Krauser, medico tedesco e fotografo dilettante. Fu l’inizio del mito di Bali, che subito dilagò in Europa. Molti artisti giunsero sull’isola, dalle terre fredde e insipide del nord Europa.
Nieuwenkamp girava per l’isola in bicicletta, alla ricerca di spunti figurativi e templi inghiottiti dalla giungla; quell’uomo corpulento, a cavallo di quell’arnese metallico e cigolante, dovette rimanere profondamente impresso nell’immaginario locale. Più tardi, quando la presenza di occidentali in Indonesia non era più ben vista, si trasferì a Firenze dove visse fino alla morte, e dov’è sepolto. La sua villa fiorentina ospita ancora oggi una bella collezione di arte balinese. Sopra la porta d’ingresso, il motto di Nieuwenkamp: Vagando acquiro. Vagando miglioro.
Non ho la più pallida idea di che cosa ne pensasse del colonialismo. Oggi la cosa ha poca importanza. Ciò che resta è questo bassorilievo che lo ritrae, tanto bello da lasciare senza parole. Magnifica espressione di un felice connubio tra macchina e natura. Quando tale connubio era ancora possibile. Perché la bicicletta, come aveva colto l’ignoto autore di quest’opera, è macchina soffice e discreta, che penetra la Natura senza violentarla. Ma resta anche qualcos’altro: l’inevitabile malinconia che accompagna noi viaggiatori di quest’epoca di tour operator e di tecnologia bippeggiante: il rimpianto di un’età d’oro dei viaggi; quando viaggiare era davvero un’arte. Una scelta esistenziale, a volte drastica. Quando c’erano ancora templi sepolti nella giungla e isole non ancora segnate sulle cartine.

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