FortissimaMenteWEBLa società cambia in fretta, e anche le malattie psicologiche si evolvono. Di recente grande interesse è il gaming disorder, ovvero la dipendenza da videogiochi. L’anno scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha incluso la dipendenza da videogiochi tra le nuove patologie da curare. La persona è considerata malata quando perde la capacità di controllare le sue abitudini di gioco, perché se sta facendo altro sente il bisogno di sospendere la sua attività ed iniziare a giocare, non riesce a smettere entro il tempo prefissato e non riesce a diminuire da solo il tempo dedicato al gioco, con conseguenze negative sulla sua vita. A maggiore rischio sono i giocatori che usano i giochi online, perché essi richiedono di stare online il più possibile per migliorarsi e avere dei riconoscimenti. Il comportamento per essere considerato patologico deve durare per almeno un anno. Questa diagnosi però suscita ancora molte perplessità, perché per gli esperti non è chiaro se il gaming sia una malattia a sé stante oppure sia un comportamento assunto perché si hanno altri problemi, come ansia e depressione. Sarebbe un po’ come diagnosticare ad un depresso una “sindrome da letto” perché sta a riposo tutto il giorno. C’è bisogno di fare più ricerca per capire bene il fenomeno. Per quanto riguarda la mia esperienza da terapeuta, devo far presente che sono molti i pazienti con questo problema ma in tutti quanti loro ho notato che dietro tale comportamento ci sono altre difficoltà, spesso relazionali, altre legate all’ansia o alla depressione. Una volta curata l’ansia e la depressione sottostanti essi riescono a controllare le ore trascorse a giocare. Questo discorso invece non sarebbe valido per le vere e proprie dipendenze: chi dipende dalle sigarette, dalle sostanze, dal gioco d’azzardo o dal cibo, ha invece grandi difficoltà a staccarsene e gli interventi mirati a risolvere la dipendenza sono piuttosto lunghi, faticosi e la percentuale di completo successo è molto più bassa. Vorrei qui di seguito raccontarvi brevemente due miei casi esemplificativi.
 
Luca è un ragazzo che frequenta il liceo ma ha grandi difficoltà a scuola. I genitori cercano aiuto per lui alla fine dell’anno scolastico perché è stato rimandato ed è a rischio di bocciatura. Durante il primo colloquio scopro che Luca studia poco perché passa oltre 10 ore al giorno al telefonino. Immediatamente mi viene da pensare che si tratti di una dipendenza, Luca però ci tiene a precisare che soffre perché già dalle scuole elementari ha subito atti di bullismo e non ha mai percepito gli insegnanti essere dalla sua parte. Ha iniziato a sviluppare ansia e sensazioni di inadeguatezza che rendevano poco produttive le ore passate sui libri. Inoltre l’ansia provocava dei blocchi durante le interrogazioni. Dato che i risultati scolastici erano scadenti, ha iniziato a rifugiarsi nel telefonino per tutto il tempo libero, traendone soddisfazione. Una volta capita la causa del problema, Luca grazie al trattamento terapeutico è riuscito a superare le brutte esperienze del passato e ha iniziato a sentirsi molto più rilassato. In questo nuovo stato emotivo ha ripreso a studiare, sempre più ore al giorno ed in autonomia (prima aveva bisogno della presenza costante di un genitore che controllasse il suo stare sui libri). Alla fine della terapia, Luca era in grado di studiare da solo anche 8 ore al giorno. Aveva perso interesse per il cellulare, che utilizzava soltanto più nel week end per telefonare agli amici lontani.
 
Simone è un ragazzo che frequenta l’università. Quando mi contatta sono alcuni mesi che non esce di casa. Passa le ore diurne a dormire mentre nelle ore notturne gioca al computer. Non studia ed è bloccato con gli esami universitari. Questo genera in lui sentimenti di vergogna che gli impediscono di vedere i suoi amici. Ha pure smesso di frequentare le lezioni perché si sente a disagio in mezzo alla gente. Ci ha messo molte settimane per chiedere un aiuto terapeutico, ma quando si presenta al primo colloquio sostiene di essere motivato a fare un percorso. Anche con Simone il problema si è risolto in fretta. Dopo poche settimane di trattamento aveva già ricominciato ad uscire con gli amici del paese e a studiare con motivazione, tanto da riuscire a superare brillantemente due esami. Libero dall’ansia e dalla sfiducia in sé si è rimesso velocemente in carreggiata, decidendo di dedicare al gioco solo tre ore alla sera.
 
In conclusione, per quanto riguarda la mia esperienza professionale, posso confermare che la tendenza a fuggire davanti ai problemi e a rifugiarsi nei videogiochi, o nel mondo di internet in generale, è molto diffusa ma non sono però così comuni i casi di vera e propria dipendenza. Quindi, se notate un conoscente che esagera nel trascorrere il tempo con il telefonino, non accusatelo subito di dipendenza, forse sta cercando di sfuggire a qualcos’altro…
 
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