Cronache MarzianeSe avete una fidanzata, una moglie, una compagna, un’amante, insomma se avete un rapporto con un essere dell’altra specie prima o poi la domanda vi arriverà: “Andiamo in Provenza a vedere i campi di lavanda?”

Lei deve aver visto un servizio su “Babbiona Moderna”: meravigliose foto della Provenza e di queste profumate piante disposte in file interminabili. Tutto un colore lillà che si perde in enormi campi e colline senza l’ombra di turisti o comunque di umani (le solite foto trabocchetto, attenzione non è MAI così).

Problema numero 1: come avrete già letto, non sopporto il caldo torrido. Ovviamente il migliore periodo per vedere la lavanda è il mese di luglio in quanto ad agosto viene tagliata. Da noi c’erano 40° che diventavano quasi 80° percepiti. Il clima della Provenza è molto più caldo e secco del nostro: persino le lucertole e i gechi vanno in ferie in posti più freschi.

Problema numero 2: i Francesi non sono il massimo della simpatia. Per non parlare della loro cucina.

E così, dopo aver tentato di evitare il solito massacro con inutili scuse del tipo “guarda che ormai sarà già tutto prenotato, che peccato” o “attenzione, c’è una riunione dei “gilet gialli” proprio a Sault perché vogliono la lavanda libera per tutti” o “no, io non porto un centesimo a chi è alleato con altri stati per sanzionarci su qualsiasi cosa”… mi è toccato partire.

In un meraviglioso sabato di sole partiamo intorno alle 08.00 in direzione Briancon; dato che siamo in quattro, andiamo con la scatola di latta. Mentre saluto piangendo la moto parcheggiata che mi fa l’occhiolino, noto che ci sono già 35° all’ombra: le quasi estinte persone intelligenti non escono con questo caldo. Il viaggio tutto sommato prosegue bene: solo pochi incauti temerari percorrono l’autostrada.

In compenso, sono tutti nel piccolo autogrill di Susa: una terrificante folla presa dall’acquisto compulsivo di cose inutili, di cui sono pieni gli scaffali. Alcuni escono con quintali di panettoni. A luglio. Mah.

Dopo una piccola coda di circa 4 ore dovuta al controllo da parte degli agenti della dogana a Claviere (verificano se i vari extracomunitari diretti in Francia non nascondano degli italiani nel baule) eccoci nel paese di Macron. Prima di arrivare a destinazione, faccio una deviazione per il canyon del Verdon, il tempo di scattare solo quelle 3-4.000 foto tutte uguali che i “ggiovani 2.0” invieranno subito a mezzo mondo.

Consiglio di percorrere in moto la Rue des Cretes che parte da La Palud sur Verdon: uno spettacolare anello di circa 10 km. con dirupi e precipizi spaventosi che potete fotografare fermandovi nelle piazzole, insieme a quelle 150 automobili che faranno il vostro stesso giro. Così sulle vostre foto ritroverete gli stessi rompi maroni con sorriso idiota per tutto il tour. Questo posto è l’ideale per i patiti di selfie, perché cercando la posizione giusta potrebbero sporgersi troppo sul dirupo e sparire definitivamente, bastoncini compresi.

Il Verdon è molto bello, ma non è da fare in mezza giornata in quanto massacrante, specialmente in auto. Verso la metà del percorso facciamo una sosta in un punto panoramico e beviamo qualcosa per evitare di stramazzare al suolo: il condizionatore dell’auto va bene se non si scende mai, altrimenti amplifica solo la differenza tra il caldo e il fresco. Anzi, non mi rendo più conto del caldo. Ma parlo da solo e gesticolo.

Sono sempre stupito di come i Francesi sappiano organizzarsi e spacciarsi alla grande: quella che era una baracca calda e sporca (chissà se anche loro hanno i controlli dei NAS…ne dubito) è diventato un bar-magazzino pieno di cibarie ammucchiate, annunciato da vari cartelli pubblicitari sulla strada. Pieno di gente.

Ricordo che dalle nostre parti, a Mondrone, c’è una bellissima cascata: la Gorgia di Mondrone. A circa 10 minuti dalla piazza, la si può ammirare da un ponticello sospeso su un orrido: non lo sa nessuno, solo quelli del posto. Solo un minuscolo cartello la indica.

D’accordo, lo so che i nostri montanari stanno bene così, senza turisti… e come dargli torto, per un certo tipo di turisti… ma potremmo veramente valorizzare i posti che abbiamo. Invece di tenerli nascosti.

Ripartiamo dopo aver bevuto un’Orangina del 1976 che mi causerà curiosi rumori provenienti dallo stomaco oltre alle solite visioni sacre, e finalmente troviamo l’hotel. Abbiamo viaggiato tutto il giorno e mi sembra di essere via da un mese. Una bella doccia mi rimetterà in forze, sempre che non mi prenda la scabbia….

Avete presente quelle docce chiuse da quella schifezza di tenda plastificata molliccia che se non fate attenzione vi si appiccica addosso? Ci sono più microbi lì sopra che in un laboratorio per le emergenze biologiche. Per fortuna ho sempre con me un bidone di Amuchina. Comunque.

La buona cena si svolge in un cortiletto sul retro dell’hotel. Niente di eccezionale, direi nella norma se si vogliono ignorare i tavolini pieni di polvere, le piccole tovagliette di carta e quei sinistri recipienti che contengono la vinaigrette, ovvero il condimento per l’insalata già pronto a base di olio, aceto, senape, solvente nitro e gasolio blu. Sono lì da millenni che pazientemente attendono la prossima vittima.

Dopo cena, alcuni sono impazienti di vedere la lavanda. Ma l’hotel dista circa 40 km. da Valensole, il luogo più indicato in quanto circondato dai campi. Sta per fare buio, ma se partiamo subito ce la facciamo.

Decido di imboccare una scorciatoia. La strada comunale asfaltata diventa una strada sterrata nei campi, che diventa una strada pietrosa per trattori, che diventa una mulattiera che si trasforma in un sentiero accidentato che percorro con l’auto inclinata, come uno stunt-man. Finalmente arriviamo. Che è buio.

Dal profumo posso immaginare la lavanda, ma vedo solo dei cespugli neri. Provo a fare qualche foto, che cancellerò subito in quanto nere come la pece. Vabbè, pazienza ci riproveremo domani… meglio andare via prima di essere scambiati per ladri. Si intravedono nel buio diversi furgoni di fioristi indaffarati.

Dopo aver cercato di dormire (condizionatore a -20°) eccoci a fare colazione con brioches piene di burro che pesano 15 kg. e fantastico caffè acquoso insapore, e finalmente si parte per questa famigerata lavanda.

Devo ammettere che lo spettacolo è particolare e molto bello: lavanda a perdita d’occhio. Sarò sbrigativo e poco romantico, però alla fine è tutto uguale… cioè ho fatto 500 km. per vedere dei campi fioriti, dopo cinque minuti hai visto tutto… vabbè.

Lungo la strada diversi autobus sono parcheggiati a lato, si tratta delle tristi gite organizzate che hanno liberato mandrie di persone ormai sperdute tra le piante. Alcuni vagano da anni perché abbandonati, altri si sono trovati un lavoro come raccoglitori di lavanda e non hanno fatto più ritorno a casa.

Cerchiamo un campo ancora libero da umani, e diamo il via ad un servizio fotografico degno di National Geographic. Le persone sono come le pecore (senza offesa per le pecore): se vedono uno fermo, si fermano tutti. Così, dato che la scena viene contaminata, scappiamo velocemente per vedere una Festa della Lavanda.

Molto carina devo dire, con sfilata di vecchie auto e attrezzature per la raccolta dei fiori; molti sono vestiti da api, (i francesi sono molto nazionalisti e sentono molto queste feste) e alcuni bambini seduti su un carro agricolo tirano alla gente le caramelle al miele. Io invece vengo centrato da un vaso di miele da 2 kg. e rimarrò svenuto per un’oretta. Vengo rianimato da un povero orso che mi lecca il viso: essendo discriminato in Italia è fuggito in Francia alla faccia del sadico che voleva catturarlo o ucciderlo. La sua unica colpa era la fame.

Dopo aver riempito l’auto di vasetti di miele di lavanda, saponette alla lavanda, biscotti alla lavanda, collutorio alla lavanda, formaggio alla lavanda, carta igienica alla lavanda, essenza alla lavanda, pannoloni alla lavanda, mazzetti di lavanda, tisane alla lavanda (eccellenti per il bidet) e libri fotografici sulla lavanda (se lo sapevo andavo in libreria, mi sarei evitato questo tour de force..) prendiamo la strada del ritorno.

Faccio ancora una deviazione per Barcellonette perché vorrei farla conoscere agli amici.

Piccolo centro molto carino, circondato dalle montagne dell’Alta Provenza al centro della Valle dell’Ubaye, lo ricordavo tranquillo con poco turismo. Ideale per qualche giorno di relax.

Ma, mi sono dimenticato che è domenica. E la domenica tutta la peggiore specie umana va in giro e va ovunque. Non importa se automobilisti o motociclisti o ciclisti. I peggiori sono tutti in giro.

Barcellonette adesso è un grosso outlet: sono tutti qui, riesco a trovare un parcheggio solo perché è sotto un alveare. Comunque è sempre carina, peccato che le vetrine dei negozi non si possano quasi vedere.

Una piccola pausa positiva è rappresentata da un’ottima galette bretone consumata in un locale sulla piazza principale. Innaffiata dal sidro, servito nelle apposite tazze colorate per me troppo piccole: ci vorrebbe un bagnur (innaffiatoio) pieno.

Nei dintorni di Oulx ci fermiamo a causa di una mostruosa coda di almeno 15 km: la concomitanza di lavori sull’autostrada con alcune manifestazioni sportive in zona ha creato questo bel maxi ingorgo.

Furbetti che tagliano la strada, insulti, duelli all’arma bianca, risse improvvise, spiegazioni sui mestieri delle proprie madri: capisco così di essere tornato in Italia. La mia auto, a distanza di due mesi, ha ancora un intenso profumo di lavanda. Sembra l’auto di una vecchia checca.

Ho letto da qualche parte che il prossimo anno ad agosto ci sarà una esposizione internazionale di tulipani in Olanda. Devo nasconderle tutte le riviste.

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