Dicono che non tutti i guai vengono per nuocere. A volte è persin vero.
Come molti, credo, ho vissuto i blocchi del traffico come una solenne iattura.
Ammetto, da tempo immemore, contrariamente a Patrizia, sono refrattario all’uso dei mezzi pubblici. Qui, a casa.
In estate, in vacanza, invece non c’è bus o metro che mi sfugga, che non mi diverta a prendere.
A casa, no. Incomincio a sbuffare scacchiato appena mi annunciano la funesta notizia e anche se non devo andare, che so, financo a Torino, resto incacchiato lo stesso, come se ne patissi una mutilazione.
Tornando ai blocchi più recenti, per cause assolutamente piacevoli ma irrinunciabili, mi sono ritrovato a dover far uso della Ciriè-Lanzo per raggiungere la città. Cara Ciriè-Lanzo…ma da quant’era che non ci salivo su  per arrivare a Torino!? Una vita. Ma proprio nel vero senso della parola.
Credo che il treno arrivasse ancora in Corso Giulio, pensa te.
Il viaggio, il quarto d’ora di viaggio, sino a Dora è stato più un percorso dell’anima che un semplice trasbordo. Un convulso di ricordi e di amarezza già per approssimarsi al treno.

Intanto, la vecchia stazione. Ma quanto poco rispetto abbiamo del passato?
Certo, è innegabile che con l’interramento della ferrovia Caselle ci abbia guadagnato e non poco; tuttavia è altresì innegabile che ciò che rimane della vecchia stazione rappresenti uno scempio totale, una vergogna assoluta che chissà mai quando troverà fine.
Ho letto con attenzione quanto alcuni hanno proposto per il suo futuro impiego, e non ci ho trovato nulla che mi abbia convinto veramente.  Difficile il suo utilizzo. Spazi troppo piccoli per essere grandi, spazi troppo grandi per essere piccoli e poter essere riconvertiti degnamente a qualsivoglia bisogna.

C’è una domanda che da sempre mi pongo e che di sicuro non può più avere risposta: vista la bruttezza, la fatiscenza della stazione cosiddetta nuova, una roba che ci avvicina alle peggiori periferie immaginabili, con una spoglia desolazione che stringe il cuore… quello che doveva essere un bar, quella che doveva essere un’edicola giacciono persi in uno spazio vuoto, esangue che sa di sporco e che potrebbe benissimo essere scena per un film “pulp” alla Tarantino…
Mi ha preso talmente il cuore, mi è salita tanta la rabbia che mi sono perso: dov’eravamo? Ah, alla domanda: ma a nessuno è venuto in mente che la stazione, quella vecchia e vera,  avrebbe potuto continuare a fare onestamente il suo lavoro semplicemente ristrutturandola?  Se il problema stava nel portare i viaggiatori sotto, ai binari, marciapiedi mobili, scale altrettanto mobili avrebbero potuto risolvere benissimo il problema ed evitarci d’avere uno degli edifici, intendo la nuova stazione – quella che sembra quasi male in arnese, dimenticata quanto la vecchia…- più brutti e più fatiscenti che la nostra città abbia conosciuto.
L’agorà, che fior di rendering ci mostravano come possibile spazio collettivo da bere e da vivere, presenta smorte e lorde pensiline, piastrelle sbreccate, per non dire degli impianti: chiedere al povero boxer che ci lasciò le penne tempo fa sulla cura espletata.

Mi si potrebbe dire che il nostro vecchio edificio era compromesso, che non era più possibile mantenerlo in vita… Mi si spieghi allora perché le coeve stazioni di San Maurizio e Borgaro sono linde, reggono il peso degli anni e sono coerenti con l’impianto primigenio, quello che su in Valle, da Lanzo a Ceres, ha quelle stazioncine che in Francia e/o Svizzera sarebbero patrimonio, madri e figlie d’una ferrovia turistica e d’epoca.

Qui abbiamo un mostriciattolo che con noi c’entra come il due di bastoni quando la briscola è coppe; è parente di quei due fantastici tronchi di cilindro che svettano impuniti su platea e “trincerone” e sono lì a dirci che una genia di progettisti e amministratori aveva ben chiaro il nocciolo della questione, ma che per le idee delle opere a latere ha fatto tanto per latitare. Non so quanto reggerà ‘sta spianata sbreccata, se mai vedremo utilizzato il “trincerone”, se mai saremo capaci di ridare dignità ad un edificio che ha il solo torto di voler resistere ad oltranza e di non voler morire. La vecchia stazione? Giuro che se qualcuno la rimette in una prossima campagna elettorale… Ma tanto succederà, e chissà per quanto, in questa città che sembra attendere il futuro altrove. A chi vuoi che interessi riportare all’onore del mondo il luogo che ci ha visto arrivare e partire, o attendere, come la buonanima di magna “Cheiti” che per anni partì ogni giorno a piedi e con ogni tempo,  da Borgata Francia per venire a vedere se su quei binari sarebbe ricomparso il suo uomo, disperso in una trincea del Carso…  Roba troppo passata.

Ma sarà che i miei anni cominciano ad essere troppi, che mi lascio sempre più spesso sorprendere e facilmente incidere dalla lama sottile della malinconia,  faccio fatica ad accettare questo paese che non è più il mio.

Notizie come l’apertura del nuovo passaggio tra via Carlo Cravero e piazza Garambois non mi rendono felice: ne capisco la spicciola utilità, ma ne abborro la visione. Dipendesse da me, avrei riportato alla luce nel centro storico le bealere in Via Carlo Cravero e in Vicolo del Teatro, ridando vita pure al lavatoio.

Caselle era un luogo d’acqua, è cresciuto, s’è sviluppato con essa e un’epoca moderna e dissennata non ha trovato niente di meglio che tombare il passato, quasi come se ce ne dovessimo vergognare. E pensare che Treviso, Colmar, in Alsazia,  e mille altri paesi e città ci campano ancora d’acqua e sull’acqua.

Abbiamo fatto di tutto per spersonalizzarci, per perdere ogni identità: siamo omologati e omologhi di altri luoghi senza una visione, senza un volto che sappia invecchiare bene.

Dei “salti d’acqua” dimenticati, e ricordatimi da Giancarlo Colombatto, ho già detto più d’una volta: ripristinandoli potremmo creare energia green da poterci illuminare ancor oggi tutti quanti. Nel vecchio lanificio Bona Vittorio Mosca, proprio pochi giorni fa, mi parlava della vecchia turbina che potrebbe tornare  in vita qualora ci fosse la volontà, per tornare a produrre forza elettrica come faceva  un tempo. Sogni d’un visionario? Di certo, ma sono proprio  i sogni e le visioni a mancarci.

L’ultima generazione cittadina di giovani politici data ormai più di vent’anni:  cosa abbiamo fatto per allevare una nuova leva che potesse un giorno prendere a far politica? Poco o nulla. Chi era giovane allora, ora non lo è più e, a patto che stia ancora a Palazzo Mosca, dà l’impressione di star lì  solo a garantire un certo status quo più che a voler provare a progettare la Caselle che verrà.

“Divaghi, divaghi…ma alla fine ‘sto treno l’hai poi preso o no?”

Certo che l’ho preso e  ci ho ritrovato subito lo stesso odore d’un tempo. D’accordo, vagoni diversi, senza più l’afrore del fumo delle Alfa o delle Sax, senza più quel caldo insopportabile che ti coglieva se per disgrazia capitavi giusto sopra l’infernale riscaldatore, mentre i tuoi compagni a due metri dovevano non solo tirarsi su il bavero, ché il freddo si faceva altroché sentire. Borgaro, la Ceronda, poi Venaria e Altessano: tutto come un tempo.

Madonna di Campagna invece  non c’è più, o meglio non c’è più la stazioncina fuori terra che annunciava la città, dove avevano trasferito Olivetti, quello che a Caselle “tirava i cancelli”, e la sua famiglia.

Sottoterra adesso ti portano a Dora e non è un brutto arrivare: sei ad un tiro di schioppo e di bus da Porta Susa, ma nulla ha a che vedere con quanto ci capitava quando la Ciriè-Lanzo ci catapultava nel cuore più pulsante di Torino, a tre passi da Porta Palazzo.

Ho voluto farmela a piedi: prima cosa, in onore a Brunetto Marchetti, che ci lavorò quarant’anni, visita alla ex Savigliano, con la più solitaria,  spoglia e più triste delle gallerie commerciali, poi Lungodora Napoli, il Fortino, poi verso il Sermig e l’Arsenale dove mio nonno Giacomo lavorò in tempo di guerra. Adesso c’è la Holden e non c’è più il suk che faceva maledire queste lande. Basta spingersi al fondo di via Borgodora per capire che il vento sta cambiando.
Due strade curve e parallele – che finiscono giusto prima del nuovo polo gourmand di Porta Palass, con “sterne” d’epoca a terra – si stanno riempiendo di localini e ristoranti, a dirti che la movida potrebbe presto trasferirsi anche qui, che presto faranno fatica a riconoscersi locali le cento etnie cinesi, arabe, maghrebine che hanno colonizzato da tempo tutto ciò che c’era e c’è attorno alla vecchia stazione capolinea della Ciriè-Lans, con le troppe macellerie halal, i loro fin troppo essenziali bar, tutti con gli occhi a mandorla.

È stato straniante e bello tornarci dopo più di quarant’anni, lasciando scivolare un passo dopo l’altro.

Laddove al fondo di Corso Giulio il corso medesimo si stringe, poco prima che il mercato inizi,  c’è sempre il negozio d’abbigliamento ma non è più quello dove una volta ci comprai il primo paio di pantaloni di velluto a coste: ora vende roba araba ed è solo l’inizio d’una teoria di negozi che noi definiamo etnici ma che null’altro sono che gli empori che servono a chi sta dalle parti della Chiesa di San Gioachino.
Del negozio di roba militare et similia dove io e Patrizia comprammo, per sostituire cartelle ben poco sessantottine, due fetidi tascapane per maschere antigas – che i nostri annegarono nella candeggina per purificarli almeno un po’ …- e  che ci fecero sentire tanto rivoluzionari, non v’è più traccia. Neppure c’è più il bar ristoro annesso alla stazione, dov’era prassi mangiare un straccio di panino per alleviare la fame che sempre ci prendeva in attesa d’un treno che non voleva saperne di partire.

L’edicola lì accanto ha chiuso baracca e burattini e reca in dono su una facciata, agli amanti del genere, stinte e stracche immagini erotiche, anch’esse simbolo di qualcosa che non c’è più.

Sono andato poi  verso Ponte Mosca per girare nuovamente verso il Sermig, per guardare ancora una volta l’interno della stazione. Le locomotive “ciuff ciuff” sono ridotte ad una e non v’è più traccia dei vagoni di seconda e terza classe, quelli  che sopra le nostre teste vantavano la pubblicità della polvere Mom,” vero toccasana per cimici e pulci”…

Nel mio cuore c’è però ancora spazio immenso per ricordare il treno che, il 9 febbraio del ’70, io e Patrizia prendemmo: non ricordo se fui io ad aspettare lei o se fu lei ad aspettare me, ma non importa. Quello che importa, e lo sapevamo, era che quel 9 di febbraio  sarebbe stato e per sempre il giorno più importante della nostra vita. Non dovemmo neanche dircelo: lo sapevamo, e basta.

Non ho potuto non pensarci tornando a casa. Fuori dai finestrini correva la notte, correva ancora la mia vita esattamente come l’avevo desiderata cinquant’anni fa. Quella che ancora desidero e amo.

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