Spesso quando pensiamo alla Francia ci vengono in mente dei palazzi borghesi con i tetti blu, grandi viali alberati e archi di trionfo sormontati dal tricolore. Ma spesso, come anche nelle nostre città, basta allontanarsi dal centro città per trovare realtà ben diverse. Bordeaux su questo è una città particolare.
La periferia si estende in continuità con il centro. I palazzi diventano più sporchi e abitati da persone più povere e da stranieri, ma conservano lo stesso stile, gli stessi decori alle finestre e le stesse ringhiere in ferro battuto blu.
Ultimamente ho iniziato a visitare le periferie di questa città andando a correre. Mi sono parzialmente ricreduto. Anche Bordeaux ha le sue banlieue. Questo nome viene dal latino e vuol dire pressappoco “luoghi di confino”. Si tratta di grandi quartieri isolati con qualche decina di palazzoni altissimi, formicai senza balconi e con piccole finestre. Sembrano fatti di Lego, ci vivranno centinaia di famiglie all’interno. Mi hanno ricordato le “vele” di Napoli o i palazzi nell’Est ex comunista. Questi luoghi sono da anni polveriere di malessere pronte a esplodere. Le diseguaglianze socioeconomiche hanno confinato immigrati di seconda o terza generazione in questi scatoloni e le politiche di assimilazione hanno parzialmente fallito. Assimilazione: questo è il dogma delle politiche migratorie dei nostri cugini d’oltralpe, termine peraltro non ricambiato.
“La Francia è una macchina che costruisce Francesi”, sentenziava un noto politologo. L’integrazione, ovvero la connivenza della cultura di origine con le nuove culture, un melange scoppiettante, che modifica entrambe creando degli ibridi ma lasciando spazio alle tradizioni di ciascuna, qui non è presa in considerazione. Qui ti assimilano, ti insegnano a essere francese e basta. Questa dottrina, che sembra strizzare l’occhio alle politiche auspicate dalla destra, si è dimostrata parzialmente inefficace. Se infatti una buona parte di immigrati di seconda generazione si è assimilata ed ora è più francese dei francesi, è dove persistono le diseguaglianze economiche che la situazione si rivela più complicata. In questi quartieri cresce una classe sociale disagiata, costretta da un lato a rinnegare la propria origine di straniero per diventare francese di una Francia che però non se ne cura. A Parigi la situazione è ben più grave. Lo Stato diventa il nemico, nel tentativo di rinnegarlo a sua volta e ritrovare la propria tradizione si sviluppa l’estremismo: proprio in queste banlieu sono cresciuti gli attentatori della jihad. La situazione francese ci insegnerà qualcosa su come gestire questo fenomeno? Forse sì, o quantomeno ci dirà come non dobbiamo fare se vogliamo evitare di dover schierare centinaia di poliziotti in assetto antisommossa a fronteggiare rivolte infuocate nelle nostre periferie.

Ogni tanto mi piace tornare a correre in quelle zone, invece di andare lungo la Garonne, nel centro storico o nei parchi circondati da case borghesi. Certo, le banlieu sono meno belle, sono l’altro lato della medaglia, quello che preferiremmo tenere sempre nascosto. Tuttavia, se non vogliamo accontentarci di vedere la facciata, ma vogliamo anche conoscere gli interni, parte integrante della cultura e della realtà di un Paese, dobbiamo entrarci.

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