Oggi, mentre scrivo, siamo ancora in quarantena e stiamo aspettando la fase due: la riapertura.
La situazione è cambiata molto rispetto ad un mese fa, quando ho redatto il precedente articolo. Allora, a metà marzo, si poteva solo ipotizzare e scongiurare ciò che poi ci è toccato davvero sperimentare: il Covid 19 è arrivato anche da noi, ogni paese della nostra zona si è ritrovato a compilare il proprio bollettino di contagiati e morti. La voglia di organizzare flash mob e cori dai balconi si è affievolita per lasciare posto alle lacrime e al dolore.
Nell’articolo di questo mese, vorrei spiegarvi chi sono le vittime di questa tragedia e cosa sperimentano emotivamente. Dal punto di vista psicologico si distinguono sei tipi di vittime: le vittime di primo tipo sono gli ammalati; le vittime di secondo tipo sono i cari di chi si è ammalato; le vittime di terzo tipo sono i soccorritori; le vittime di quarto tipo sono le persone della comunità coinvolta; le vittime di quinto tipo sono coloro che, anche se non direttamente coinvolti, per caratteristiche proprie possono sviluppare un disturbo psicologico; le vittime di sesto tipo sono tutti coloro che avrebbero potuto essere una vittima di primo tipo ma sono scampati. Nella pandemia da Covid 19, per la prima volta nella storia, ogni abitante del pianeta è una vittima di sesto tipo perché chiunque potenzialmente potrebbe ammalarsi: siamo quindi tutti delle vittime.
In questo articolo vorrei concentrarmi in particolare sulle vittime di secondo e di terzo tipo, quelle che per prime necessiteranno di un intervento psicologico.
Le vittime di secondo tipo sono quelle che hanno perso i loro cari. Percepiscono questa morte prematura perché precoce ed innaturale, la percepiscono come evitabile perché con maggiori precauzioni o cure tempestive la persona avrebbe potuto salvarsi. Per la morte improvvisa sentono un intreccio di emozioni complicate, intense e difficili da contenere. Non hanno potuto stare vicino al loro caro ed accompagnarlo, ogni accesso agli ospedali è impedito. Sono increduli perché la comunicazione viene data per telefono e nessuno del personale sanitario ha la possibilità di vedere ed accogliere la reazione di dolore. Gli effetti personali non vengono consegnati immediatamente, i parenti li possono avere solo nella loro memoria. Commuove il racconto della caposala che con cura mette da parte e conserva gli oggetti del deceduto, come se si trattasse di un suo parente. Come accade nelle morti violente, non è possibile per il famigliare vedere il corpo dell’amato e ricomporlo. L’impossibilità di organizzare il funerale aggrava il malessere e impedisce di elaborare il lutto.
I soccorritori, che sono le vittime di terzo tipo, fanno il meglio che possono. I medici mettono a disposizione i loro telefoni personali, perché quelli dei degenti potrebbero essere inservibili, ad esempio per un pin che li blocca. Garantiscono così la comunicazione diretta con il malato. In caso di esito infausto, cercano di fare il prima possibile per portare la notizia. Per il famigliare è importante parlare con il sanitario perché ha bisogno di sentire molte informazioni che arrivino da chi è dentro al reparto.
Ma cosa succede nella mente del soccorritore, che deve occuparsi degli altri ma anche di sé stesso? Quando un soccorritore è chiamato ad agire pianifica come farlo richiamando gli scenari simili dalla propria memoria. Nel caso del coronavirus, nessun sanitario ha potuto attingere dalla propria esperienza su cosa fare in una simile situazione, perché era una situazione sconosciuta. Questo ha dato la sensazione di non avere le cose sotto controllo. La tensione percepita aiuta ad agire, ma con il tempo logora. I sanitari sono fortemente stressati per fattori oggettivi e soggettivi. Sono continuamente esposti e hanno molta paura anche per sé stessi. La mancanza di protezione è oggettiva e viene percepita (“non mi sento protetto, sono un medico e lo so che non sono completamente al sicuro”). Non possono riposarsi, molti si autoisolano e devono rinunciare al sostegno di famigliari ed amici per rigenerarsi tra un turno e l’altro. Passata l’emergenza, un po’ alla volta si torna alla normale routine e ci si può permettere di sentire le emozioni che sono tante, intense e si susseguono: tristezza, dolore, angoscia, ansia, delusione, rabbia, la sensazione di insuccesso quando c’è un decesso. Ma ci sono anche delle emozioni positive, forti, ogni volta che si salvano le vite. Quando una persona esce dalla terapia intensiva i medici l’abbracciano, gli stringono la mano: ce l’ha fatta, ce l’hanno fatta tutti insieme!
Con simpatia vi allego il disegno che ha fatto mia figlia per spaventare il coronavirus. Lo ha attaccato alla finestra più in alto della casa, rivolto verso la strada. Rappresenta, secondo lei, il divieto di ingresso al coronavirus in casa nostra. Direi che per ora sta funzionando!
Per maggiori informazioni visita il sito www.psicoborgaro.it

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