La rumorosa sveglia segna le 5,30 del mattino. Nonostante sia molto presto, il sole sta già sorgendo e comincia ad illuminare i tetti della cascina Colombano e la campagna circostante collocati a qualche chilometro dal paese.

Giovanna entrò nella stanza dove dormiva sua madre per svegliarla: “ Dai mamma alzati, è ora. Dobbiamo prepararci, vestirci bene, fare colazione ed andare assieme agli altri in paese.”

“ A fare cosa, disse sua mamma Agnese, oggi è domenica e posso riposare un po’ in più…”

“ Mamma, replicò decisa Giovanna, ma non ti ricordi che giorno è oggi ? Sono molti giorni che te ne parlo. Oggi è il 2 Giugno. Dobbiamo andare a votare !”

“ Io sono vecchia, cosa vengo a fare. Queste sono cose per voi giovani. Io sono fuori gioco.”

Con tono fermo Giovanna disse:” Tu ora ti alzi e vieni a fare colazione. Così ti ripeto di nuovo, per l’ennesima volta tutto.”

Agnese si alzò senza entusiasmo. Sulla tavola erano già pronte tre scodelle di latte caldo per la colazione. Erano tre: una per lei, una per sua mamma e la terza per Francesco, suo marito. La frugale ma gustosa colazione di pane inzuppato nel latte fu consumata in fretta.

L’evento cui si accingevano a partecipare era di quelli molto importanti: dovevano andare a votare per il referendum, per scegliere quale ordinamento dare alla nuova Italia uscita disastrata dalla guerra voluta da Mussolini appoggiato dal re: repubblica o monarchia ?

Giovanna era consapevole dell’importanza di questa votazione. Nonostante avesse studiato poco perché doveva lavorare nei campi e accudire alle faccende domestiche, era sensibile a questi argomenti politici. Ne comprendeva l’importanza. Questa conoscenza era frutto dell’insegnamento di suo padre Giuseppe, vecchio socialista mai domo, morto da alcuni anni. Le parlava molto dei valori della solidarietà e dell’importanza della partecipazione, le diceva: “Giovannina tu sei giovane, vivrai in una società migliore. La guerra finirà, allora toccherà a noi prendere in mano l’Italia e costruire una società dove ci sarà pace e cibo per tutti. Voi donne siete destinate ad avere un grande ruolo.”

Già, un grande ruolo. Infatti, per la prima volta nella storia, anche le donne potevano votare. Una conquista attesa da molti secoli. Da sempre.

Dopo la colazione si prepararono per andare in paese.

“Mamma, mi raccomando metti l’abito buono, quello che indossi solo nelle grandi occasioni. Questa lo è. Te l’ho già detto, per la prima volta anche noi donne possiamo votare e decidere come vogliamo essere governati”.

“ Va bene, disse Agnese, questo è importante per voi giovani, come ti ho già detto, io oramai sono anziana: ho sessant’anni, cosa posso ancora aspettarmi?”.

“È qui che ti sbagli”, replicò Giovanna mentre l’aiutava ad indossare l’abito, “a maggior ragione devi venire. Come hai trascorso la tua vita? Sempre a lavorare in famiglia e nei campi. Guarda le tue mani deformate dall’artrosi per le lunghe ore passate a lavare i panni nelle gelide acque dei lavatoi. Hai conosciuto solo il lavoro, al massimo la messa la domenica. Oggi  votando  tu riscatti la tua vita. Gli dai un senso. In questo il tuo voto è più importante del nostro perché te l’ho sei guadagnato col sacrificio.”

Ad Agnese spuntò una lacrima: ”Giovanna, quando parli così sembri tuo padre Giuseppe. Uno che ha speso la vita per la famiglia e gli altri e non si piegò mai a nessuna forma di sopraffazione. Io sono stata fortunata ad incontrare un uomo come lui. Mi ha sempre rispettata, mai una violenza. Mi amava veramente.”

Giovanna represse l’emozione. Si muoveva con destrezza nel vestirsi e nell’aiutare sua madre. Sapeva bene che avrebbero dovuto recarsi quanto prima ai seggi. Ci sarebbe stata molta gente. Le file sarebbero state lunghe, come lunga sarebbe stata l’attesa. Preparò anche dei panini.  Avrebbero portato anche uno sgabello pieghevole per smamma. L’aveva costruito Francesco suo marito, un ottimo falegname. Aveva imparato il mestiere da Giuseppe, suo futuro suocero. Giovanna l’aveva conosciuta proprio nel suo laboratorio. Fu sufficiente uno sguardo e fu subito amore. Anche lui si era abbeverato alla passione politica di Giuseppe e alla sua voglia di capire e istruirsi.

Ricordava con chiarezza le parole che Giuseppe gli diceva: “ Francesco, noi siamo quasi analfabeti, questo non ci deve impedire di capire e conoscere. I nobili e padroni hanno sempre approfittato della nostra ignoranza per dominarci e umiliarci. Non deve essere più così. Nonostante le molte difficoltà dovute alla guerra ed al fascismo io, con l’aiuto dei compagni, ho imparato a leggere ed ho potuto leggere dei libri che mi hanno aperto gli occhi. Ecco la prima cosa che dobbiamo fare: istruirci”.

In breve tempo furono pronti e uscirono sull’aia. Erano già tutti belli e pronti: uomini e donne. Aspettavano solo loro. Sarebbero andati tutti assieme in paese.

“Eilà!! Agnese, ti sei fatta attendere. Ma che eleganti che siete”, disse Adele una donna che, assieme al marito Beppe ed ai figli, vivevano e lavoravano alla cascina Colombano. Anche tutti gli altri componenti del numeroso gruppo erano abitanti della cascina e si conoscevano da sempre.

Giovanna che era donna sveglia e abile organizzatrice disse: “Allora, organizziamoci. Mamma Agnese e Beppe di Adele andranno col calesse assieme a Francesco, porteranno con loro anche i panini, acqua e qualche bottiglia, noi andremo a piedi. Ci rivediamo in piazza, e controllate di avere i documenti necessari a votare.”

Mentre si accingevano a partire arrivò Bergera, proprietario della cascina Colombano. “ Ma che bel gruppo, dove andate così presto? E che eleganti che siete tutti.”

“Andiamo a votare per la Repubblica” risposero in coro.

Bergera fece, sornione“ Vedo che avete le idee chiare, attenzione che lasciare la via vecchia per la nuova può essere pericoloso.”

“Non credo signor Bergera”, lo incalzò Giovanna spalleggiata da Francesco, “mi dica cosa perdiamo nel volere la repubblica visto che siamo sempre stati sfruttati ed abbiamo sempre dovuto subire. E poi oggi votiamo anche noi donne. Siamo tutti stufi di re e dittatori che hanno sempre fatto e disfatto senza mai tenere conto di noi tutti.”

“ Urca che lingua”, rispose Bergera, “già, sei la figlia di Giuseppe, il socialista. Ti ha educata bene. Mi raccomando, votate bene.”

“Non dubiti, Bergera.”

Il gruppo si mise in cammino. Camminavano con passo veloce e allegro.

Dopo una mezzora arrivarono in piazza. Francesco, Beppe e Agnese avevano già individuato il loro seggio. Li seguirono e si misero in coda.

Incontrarono molti amici e parenti, del resto in paese ci si conosceva tutti. Si chiacchierava e ci si scambiava notizie.

Arrivò il loro turno. Giovanna accompagnò sottobraccio sua mamma al tavolo degli scrutatori. Agnese sbrigò in fretta le pratiche di riconoscimento. Mentalmente ripassò le raccomandazioni di Giovanna.

Da sola con passo lento ma deciso si diresse, quel 2 Giugno 1946, verso la cabina elettorale e, mentre entrava, le sembrò di vedere Giuseppe che le sorrideva.

Vittorio Mosca

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