Mentre vi sto scrivendo è iniziata la fase due da poche settimane. Gradualmente le attività stanno ricominciando ad aprire e si sta timidamente pensando a come organizzare le vacanze, consigliate in Italia. Inizia ad esserci meno interesse, purtroppo, per le questioni mediche e si parla molto di economia, di bilanci, di soldi persi, grafici, percentuali…
Anche gli psicologi stanno facendo le statistiche nel loro campo e pubblicano i primi risultati. Iniziano ad arrivare i dati dai paziente che raccontano le loro storie su come hanno vissuto la quarantena e quali strascichi questa esperienza ha lasciato. Dalle informazioni che abbiamo fin’ora risulta che i problemi psicologici sono drasticamente aumentati negli ultimi mesi perché la pandemia ha complicato ogni fase della nostra vita, già a partire dalla nascita. In questo articolo vorrei raccontarvi come il coronavirus ha influenzato la gravidanza, il parto e ha aumentato l’insorgenza della depressione post-partum.
L’essere in gravidanza è diventato un momento ancora più delicato. La donna in gravidanza si è sentita più sola e spaventata perché l’andare in ospedale per fare i frequenti controlli necessari è diventato ansiogeno: dover recarsi in ospedale spaventa perché l’ospedale potrebbe essere fonte di contagio. Inoltre, i servizi territoriali di comunità e centri nascita sono stati depotenziati in termini di personale e di risorse, in alcuni casi sono stati chiusi senza preavviso. Il momento del parto, già difficile di suo, è diventato un vero e proprio trauma. In alcune cliniche le donne sono state lasciate molto sole. Non hanno potuto avere con sé una persona scelta nel momento del travaglio e del parto. Inoltre, la donna ha dovuto partorire circondata da operatori imbardati con visiere, camici idrorepellenti, mascherine. In alcuni casi, per ragioni di sicurezza, mancanza di personale e di tempo, si è preferito indurre il travaglio oppure optare per il cesareo. Dopo il parto la mamma non ha potuto ricevere visite in ospedale. Il trauma maggiore si è poi avuto quando la mamma è risultata positiva al tampone: la separazione dal neonato alla nascita è stata la scelta obbligata. Le neo-mamme hanno potuto vedere i loro piccoli solo dopo tanti giorni, quando il tampone ha dato esito negativo, ma nel frattempo è stato bloccato tutto il processo dell’allattamento al seno e le prime fase dell’accudimento. Commovente la testimonianza di una neo-mamma, che ha potuto abbracciare il suo bambino solo a 13 giorni dalla nascita e ha deciso di cambiare il giorno di compleanno di suo figlio: per lei il suo piccolo è nato due volte, il giorno in cui è stato partorito, ed il giorno in cui lei ha potuto tenerlo in braccio per la prima volta. Ci sono stati dei casi tragici in cui entrambi i neo-genitori sono risultati positivi ed il neonato ha dovuto trovare qualcuno che si occupasse di lui in vece dei suoi genitori. Alcuni genitori non avendo la possibilità di chiedere aiuto a parenti o ad amici hanno dovuto accettare di mandare i figli presso famiglie affidatarie, che si sono offerte di occuparsi per poche settimane di bambini molto piccoli, oppure in comunità per minori.
Quando una mamma torna a casa con il suo bambino, specie dopo aver vissuto un’esperienza di parto così difficile, ha bisogno di avere del supporto per recuperare energie sia fisiche che psicologiche. Se non può ricevere il supporto adeguato, specie se già predisposta, può sviluppare dei disturbi psicologici. Queste forme di disturbo potrebbero essere notevolmente contenute grazie a quelli che vengono chiamati “fattori protettivi”, ovvero gli elementi di sostegno che agiscono per un buon adattamento alle situazioni avverse della vita. Il supporto sociale è uno dei fattori protettivi che favorisce il benessere psicofisico delle neo-mamme e limita l’insorgenza della depressione post-partum. Nel momento della quarantena, l’unica persona che possa dare sostegno alla madre è il partner, ovviamente se presente. Il supporto del partner ha degli effetti sulla salute della donna ed indiretti su quella del bambino, ma in un periodo così delicato anche il partner potrebbe essere molto provato dal tutto e non riuscire a cogliere i bisogni della sia compagna. Inoltre, in coppie già problematiche, vivere a stretto contatto in quarantena con lo stress di un neonato da gestire può aumentare i conflitti di coppia. Si può così entrare in un circolo vizioso che aggrava il malessere già esistente: il padre non riesce a occuparsi in modo adeguato della sua compagna, che si ammala di depressione, che a sua volta fa allontanare ancora di più il suo compagno.
In questa fase 2 è quindi importante recuperare ciò che è stato negato durante la fase 1, onde evitare pesanti conseguenze, in questo caso, sull’equilibrio della coppia, sulla salute della mamma e sullo sviluppo equilibrato dei bambini.
Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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