Da quassù è tutto più bello!

Quest’anno, a causa del virus io e badante abbiamo deciso di non andare da nessuna parte. A differenza di quelle persone che se non vanno via muoiono di depressione, o di quelle che per la paura del virus fanno finta che sia tutto normale, siamo rimasti in zona frequentando le nostre belle valli di Lanzo.

Anche perché francamente ci hanno tolto la voglia di andare in giro: metti la mascherina, togli la mascherina, lavati le mani, non toccare qui, non toccare lì, betoniera di gel disinfettante al seguito, distanza di almeno un metro, rissa giornaliera con quell’idiota dietro di te senza mascherina, prenotazione obbligatoria per musei mostre ristoranti trattorie cinema pizzerie karaoke fast food caritas eccetera. Non se ne può più.

Tuttavia, abbiamo deciso di concederci due giorni: le nostre effettive vacanze. Saprete ormai che non sopporto il mare, a meno che non si tratti del Mare del Nord ovvero quello che bagna le coste della Norvegia o della Danimarca o dell’Islanda o della Finlandia: niente pallone sulla spiaggia, niente scendi il bambino che lo gioco, niente melanzane a pranzo, poco solleone. Al massimo qualche aquilone che gira nel vento.

Ma dato che andare all’estero non è fattibile, siamo andati a Finale Ligure. D’accordo non è Bergen, ma è uno dei pochi posti in Liguria che apprezziamo, perché ha un bel sito medievale (Finalborgo) dove si può passeggiare e osservare i bei localini e negozi, in un’atmosfera di altri tempi. Gente a parte.

Così un bel giorno di agosto partiamo, in auto: a causa dei feroci nubifragi con grandine e vento a 200 km/h che ormai arrivano all’improvviso devastando tutto come certe donne, preferisco evitare la moto.

Anche perché di questi tempi se starnutisci per un normale raffreddore si scatena una feroce caccia all’untore, per essere bruciato sul rogo come una strega. La moderna inquisizione.

Stranamente in autostrada troviamo poco traffico, segno che qualcosa è cambiato: sono scomparse persino le risse all’arma bianca dovute alle code dei caselli. Ogni tanto incontriamo qualche carcassa di automobile e qualche resto umano, ma niente di che. Persino all’uscita di Mondovì non c’è nessuno: in tempi normali c’era una coda mostruosa di auto che partiva da Nichelino, a causa del Tempio del Superfluo ovvero l’Outlet.

Comunque. Il viaggio procede tranquillo e decido di uscire a Ceva per una tappa obbligata: passare da Calizzano per acquistare i porcini secchi e sott’olio. Che con la scusa del virus sono aumentati di prezzo.

Infatti ora il negozio ha cambiato insegna: si chiama gioielleria.

Va bè non importa se per un barattolo di funghi faccio un mutuo, sono sempre buonissimi. E soprattutto evito così di rantolare su per la montagna per trovare solo due misere mazze di tamburo in quattro ore di cammino, incontrando regolarmente il truzzo in infradito con una borsa di plastica piena di porcini “Minchia ho sceso il cane a pisciare un attimo dalla macchina, mi sono ggirato e ho trovato questi funghi: su internet dicono che sono commestibili, me li strafogo stasera come se non ci fosse un domani”.

Si avvicina così l’ora del pranzo. Io, che come saprete sono un atleta che segue rigorose diete, se non mangio entro la mezza posso diventare pericoloso: attacchi di panico, manie di persecuzione, istinti omicidi e visioni mi suggeriscono di cercare una trattoria nelle vicinanze.

Per evitare la ressa sul lungomare, mi dirigo sull’altopiano delle Mànie per due motivi: il primo è che c’è una trattoria molto carina in mezzo alla macchia mediterranea (no non è una macchia di sugo sulla camicia, è una zona con arbusti e alberi tipica delle nostre coste), il secondo è che proprio vicino alla trattoria si trova un eccezionale sito archeologico: L’Arma delle Mànie, una delle più grandi grotte del territorio finalese.

Gli scavi condotti al suo interno a partire dagli anni Sessanta del Novecento hanno portato alla luce reperti che testimoniano la presenza umana nella grotta fin dalla preistoria, soprattutto riferibili all’Uomo di Neandertal (70mila anni fa circa). Tali reperti sono oggi collocati nel Museo Archeologico del Finale, a Finalborgo, e nel Museo Civico di Archeologia Ligure a Villa Durazzo-Pallavicini a Genova Pegli.

La visitiamo subito, ed è molto bella e suggestiva. Ma siamo in Italia.

Me lo ricordano: un barbecue sistemato dietro il muro di una antica abitazione (forse gli antenati dei nostri merenderos sono passati in queste zone), un vecchio copertone (segno che l’inventore della ruota è nato qui) e alcuni rifiuti. Per fortuna una zona della grotta è transennata, altrimenti ci sarebbe una bella tavolata in stile zona pic nic sulla direttissima di Lanzo, con tanto di gruppo elettrogeno e musica a palla.

La maleducazione e l’imbruttimento della popolazione hanno raggiunto limiti incredibili, non c’è pandemia che tenga. Comunque, dopo un buon pranzetto, raggiungiamo la nostra meta.

Il nostro hotel, che non svelerò in quanto non ho nessuna voglia di trovare qui mezza Caselle, è una piccola perla che si trova sulla collina di Finale. Al nostro arrivo ci accoglie il gestore con il tipico calore ed affetto dei liguri: una freddezza tale che mi costringe ad indossare la maglia, nonostante i 40° all’ombra.

Ma va bene così, del resto la Liguria è vicina. Potevamo optare sulla Costa Azzurra, ma non avevo nessuna voglia di mangiare insalate giganti con formaggio di capra bevendo succo d’uva a 40 euro la bottiglia.

Qui se non altro il cibo è eccellente.

Sbrigate le formalità, andiamo in città. Per raggiungere il centro si può andare a piedi, percorrendo un’infinità di scalinate: in discesa molto gradevoli. In salita una via crucis sotto il sole implacabile.

Ed è bellissimo passare in questi vicoli schivando escrementi di cani e di umani, contemplando le belle scritte murali realizzate dagli amici dei centri sociali, onnipresenti in tutta la penisola.

Arrivati a Finale sembra di essere in un altro mondo, nel senso che forse qui non è arrivata l’informazione sul Covid 19. Forse non hanno ancora la televisione, non hanno internet. Forse non sanno niente.

O probabilmente coloro che si cibano di trofie al pesto sono immuni al virus: altro che vaccino, migliaia di ricercatori stanno arrivando in Liguria per imparare i segreti del pesto alla genovese e salvare così il mondo.

Alla faccia dei due presidenti, quello americano tinto e quello sovietico tanto macho con la foto della tigre abbattuta per gioco che fanno la gara per produrre il virus. Non perché gli importa della salute delle persone, ma solo per arrivare primi e dimostrare la loro potenza al mondo intero.

Percorrendo il lungo mare che arriva fino a Varigotti, sotto i nostri occhi si presenta il solito spettacolo dell’umanità attenta e rigorosa, rispettosa delle regole e del prossimo: tutti quanti vicini vicini senza mascherina. Il metro di distanza non esiste. Ombrelloni e lettini uno attaccato all’altro. Sto parlando di adulti, bambini e adolescenti. I bravi genitori senza mascherina danno il buon esempio ai figli piccoli, che in quanto a maleducazione imparano subito. Mi viene quasi da ridere. Qui non è cambiato niente.

Mentre osservo un gruppo di bambini che gioca allegramente nell’acqua limpida dello sbocco di una fognatura, noto che nessuno controlla. Ma posso capire: in un mondo dove alcuni imbecilli ammazzano di botte un ragazzo, c’è da aspettarsi di tutto. L’unico modo sarebbe la sorveglianza armata. Un po’ eccessivo.

Il bello è che tutti questi idioti saranno poi i primi a lamentarsi per il nuovo blocco totale, senza minimamente pensare di essere stati loro ad averlo provocato, e avranno pure la pretesa di essere curati.

Esterrefatti, fuggiamo da questa bolgia e ci dirigiamo verso il centro. Qui effettivamente si nota un minimo di rispetto per le regole: molti hanno la mascherina, anche se alcuni non la indossano correttamente.

Ci sono quelli che la tengono sotto il mento, quelli che la tengono appesa ad un orecchio o quelli che non avendo capito un tubo la tengono sugli occhi andando a sbattere dappertutto.

Ne abbiamo abbastanza: torniamo in albergo, ho bisogno di una doccia di amuchina ma soprattutto di un sano distaccamento sociale.

E la cena ci ripaga di tutto questo casino: pochi tavoli distanziati all’aperto, avvolti nel silenzio e nel tepore serale, sotto le stelle e lontani dalla città. Da quassù sembra tutto più pulito e più bello.

Bear

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