Non avevano mai dormito così bene, Giovannina e le sue amiche. La grande camerata era silenziosa, sul letto c’era un materasso di lana, lenzuola bianche e coperta. Un lusso!
Suor Maddalena mandò suor Cristina, una giovane suora, a svegliare le ragazze. Bisognava istruirle sulle regole del convitto e accompagnarle in fabbrica per le pratiche di assunzione.
Consumarono il pranzo previsto: zuppa, carne, verdure, pane e pure un bicchiere di vino. Non avevano mai fatto un pasto così ricco, salvo nelle feste comandate.
Al termine del pranzo suor Maddalena illustrò loro le regole del convitto: “Care ragazze vi do nuovamente il benvenuto. Ora vi illustrerò le regole che vigono nel convitto. Noi siamo responsabili di voi, quando non siete nel Lanificio Bona, di fronte alle vostre famiglie e alla direzione. Le norme vanno rispettate senza eccezioni. Sveglia alle 6 d’inverno e alle 5,30 d’estate. Colazione con pane e latte e via in fabbrica a lavorare. Il pranzo lo consumerete nel refettorio dello stabilimento. Tenete in ordine il vostro letto e le vostre cose. È obbligatorio fare un bagno una volta al mese d’inverno e ogni 15 giorni d’estate.
Quando giunge una lettera dalle vostre famiglie o volete scriverne una voi, controlleremo sempre cosa c’è scritto. Ne va del nostro e vostro buon nome. Non potete allontanarvi dal convitto per nessun motivo. Se necessario vi accompagnerà una suora. Dall’altra parte del cortile ci abitano alcune famiglie di operai del lanificio, quindi ci sono dei ragazzi: dovete starne lontano.
La domenica, dopo la messa, vi insegneremo cose utili come il cucito, il ricamo, leggere scrivere e tante altre cose. Per ora è tutto. Le altre regole le conoscerete a mano a mano”.
Le ragazze annuirono. Cos’altro potevano fare? Accompagnate da suor Cristina si recarono nell’ufficio personale, all’interno del lanificio, che era ad una certa distanza.
Le pratiche furono sbrigate in fretta. Suor Cristina tornò al convitto. Giovannina, Anna e Mariuccia furono prese in consegna dal loro futuro caporeparto, che si chiamava Giuseppe Giordano, detto Beppe, il quale le condusse seco a conoscere il reparto dove avrebbero lavorato. Le accolse con gentilezza ma senza particolare enfasi. Il suo atteggiamento era tipico delle persone di poche parole e che vanno al sodo: “Benvenute, ragazze. Io sono Giuseppe Giordano, ma tutti mi chiamano Beppe; lavorerete nel mio reparto dove vengono tessute le coperte per l’esercito. Il lavoro non è difficile, imparerete in fretta. Mi raccomando serietà e puntualità. Il lavoro è una cosa seria. Non dovete allontanarvi per nessun motivo. In bagno andrete a turno e senza perdere tempo. Ora andiamo nel reparto”.
Giovannina e le sue amiche si guardavano intorno frastornate. Erano in un contesto di cui non conoscevano nulla. Nel giro di pochi giorni erano passate dalle loro povere case, povere certamente ma dove c’era il calore degli affetti, in un ambiente dove il concetto principale era l’efficienza. Erano confuse, si sentivano come ubriache.
Una cosa era loro già chiara. Si trovavano in una realtà in cui bisognava attenersi a regole dure come quelle delle caserme, dove non erano ammesse deroghe e distrazioni. Si ponevano numerose domande. Ce l’avrebbero fatta? Sarebbero state all’altezza? La voglia non mancava. Don Luca, prima di partire, le aveva avvisate: ”Fate attenzione, vi troverete in un ambiente completamente nuovo. Voi siete ancora ingenue, avete ancora molto da imparare. Ma dalla vostra avete la giovane età e la voglia di fare. Non scoraggiatevi. Non siete le prime ad affrontare queste difficoltà. Ci riuscirete come tutte le altre”. Queste parole risuonavano nelle loro teste. Anna, forse la più matura, disse: ”Coraggio, non demoralizziamoci. Se hanno imparato quelle che già ci lavorano impareremo anche noi.”
“ Certo. L’inizio sarà difficile. Dobbiamo impegnarci. Questa per noi è una possibilità e una prova.”, disse Giovannina.
Il caporeparto Beppe aveva capito cosa frullava nella testa delle ragazze, lo sapeva bene. Mica era la prima volta che si trovava di fronte a giovani ragazze alla loro prima esperienza. Chissà quante ne aveva già istruite. Del resto, nonostante la scorza di uomo pratico e deciso, era anche un padre: sapeva come fare.
Si rivolse alle ragazze tranquillizzandole: ”Non state in apprensione, so cosa pensate. Qui sono arrivate molte ragazze come voi. Tutte ce l’hanno fatta. Anche voi riuscirete; basta buona volontà e decisione e non avere grilli per la testa. Forza ora andiamo in reparto a conoscere il tipo di lavoro che svolgerete, chi vi istruirà e con chi lavorerete ” fece Beppe.
Il lanificio era enorme. C’erano viali alberati che separavano i capannoni. Un’alta ciminiera, da cui uscivano sbuffi grigiastri di fumo, svettava su tutto. Camminavano dietro Beppe e ben presto giunsero al reparto. Varcarono la grande porta che vi immetteva. Giovannina, Anna e Mariuccia si trovarono proiettate in un vasto ambiente dominato dal frastuono delle innumerevoli macchine tessitrici al lavoro. Una vista che le fece arretrare alla vista di queste complesse macchine che ai loro occhi apparivano come dei mostri.
C’erano molte lampadine accese. Vicino alle macchine c’erano molte donne al lavoro. Anzi erano tutte donne. Beppe spiegò: ”Il lavoro di produzione alle tessitrici è svolto solo dalle donne, gli uomini sono addetti alla manutenzione e ai lavori più faticosi, come il trasporto dei filati alle macchine. Voi lavorerete qui.”
Beppe fece fermare le ragazze vicino a una donna impegnata nel lavoro e le disse:” Fermati un attimo, Pina, queste sono le ragazze che da domani lavoreranno con te. Dovrai istruirle. Per te non è un problema, hai già insegnato il lavoro a molte ragazze.”
“ Va bene, lo farò volentieri. Ma per seguire loro dovrò andare più piano finché non avranno imparato. Quindi, caro Beppe, poi non dovrai arrabbiarti e riprendermi”, fece Pina “Tranquilla”, replicò Beppe, “lo so bene. Impareranno in fretta. Mi raccomando ragazze, seguite i consigli di Pina: è la più brava in queste cose. Molte ragazze che vengono da lontano come voi la chiamano mamma Pina.”
“ Bene ragazze, state tranquille e non preoccupatevi, imparerete anche voi. Il primo consiglio che vi do è che durante il lavoro non dovete distrarvi e dovete fare attenzione a come vi muovete perché, con queste diavolerie meccaniche, ci va niente per farsi male. Abbiate fiducia ”, chiosò Pina, con l’aria di una che la sapeva lunga.
“ Va bene Pina. – disse Beppe – Ora ragazze tornerete al convitto, vi farò accompagnare da un operaio. Il lavoro inizierà domani alle sette e terminerà alle 19, dopo la recita del rosario. I trasferimenti li farete con tutte le ragazze, assieme.”
Giovannina e le sue amiche non avevano detto una parola, si limitarono ad annuire. Erano preoccupate ovviamente.
Il giorno successivo Giovannina, Anna e Mariuccia con addosso il camice color grigio, fornito dalle suore e uguale a quello di tutte le altre ragazze, incolonnate, si recarono al lavoro per il loro primo giorno. Sotto la guida di Pina le ragazze cominciarono a lavorare e imparare il mestiere. Il loro compito era quello di tenere costantemente sotto controllo le macchine al lavoro. Dovevano intervenire prontamente quando si spezzava uno dei numerosi fili che costituiva l’ordito. Bisognava essere rapide e agili a riannodare rapidamente il filo spezzato senza fermare la macchina tessitrice. Tenevano sotto controllo diverse macchine. Le loro mani agili e ancora non completamente sviluppate erano l’ideale per questo compito.
Dopo i primi giorni, caratterizzati da disorientamento e incertezze, cominciarono a muoversi con destrezza. Pina era sempre pronta ad intervenire con la sua notevole capacità per ovviare a situazioni determinate da incertezze che furono ben presto superate. In questo Pina si dimostrò donna comprensiva e umana. Diceva alle ragazze:” Noi siamo fortunate a lavorare in questo reparto. Ci sono reparti, come quello dove trattano la lana grezza in arrivo, dove il lavoro è pesante. Vi do un altro consiglio. Fate attenzione quando parlate e a ciò che dite. Ci sono donne che per far bella figura con i capi, per ottenere vantaggi, sono pronte a riferire ciò che ascoltano. Soprattutto se sono critiche rivolte al lavoro e alla fabbrica”.
Più difficile fu abituarsi al regime del convitto. È vero che trovavano il cibo sempre pronto e buono, che il convitto era accogliente, ma le suore erano severe e con gli occhi aperti. Sempre pronte ad intervenire. La presenza dei ragazzi, figli delle famiglie che abitavano nel complesso del Caldano, così si chiamava quel posto, le preoccupava non poco. Stavano sempre sul chi vive.
Tra le ragazze ospiti c’era anche qualche ragazza più “ sveglia” che in certe occasioni, in prossimità di feste, cercava di uscire di nascosto. Questo rendeva le suore particolarmente attente.
Ma come si sa, a volte il caso, o il diavolo, ci mettono lo zampino.
Una sera, al termine della giornata di lavoro e dopo la recita del rosario, stavano tornando al convitto, quando nel cortile le ragazze incrociarono alcuni ragazzi che rientravano a casa. E allora…

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