Il 21 Gennaio si è celebrato il centenario di fondazione del Partito Comunista Italiano.
Oggi quel partito non c’è più. Si poteva far passare quella data in sordina? Certamente no. Il partito non c’è più, ma il suo lascito è presente ancora in dosi massicce in molti italiani i quali, grazie a quella scuola, che ha insegnato loro serietà di vita verso lo stato, uomini e donne, del loro modo di essere. ne hanno fatto una missione.
Con queste poche note non intendo ripercorrere la vita e la storia del “Partito”, il mio partito. Poiché il P.C.I. non era un generico partito era la mia, la nostra casa, non in senso figurato: casa per davvero perché era il luogo del riscatto e della dignità. La casa dei ceti subalterni, come si diceva una volta. Costoro non avevano mai avuto una casa. La Patria-Stato è sempre stata cosa del potere economico e borghese, il quale attraverso valori artificiosi ha sempre creato ideali utili a manipolare il popolo
Sulle vicende storiche e politiche del Partito molti hanno scritto e scriveranno. Pochi scriveranno che cosa è stato davvero il Partito per milioni di operai, uomini, donne, emarginati. Masse enormi senza volto e voce.
Una cosa deve essere chiara se non ci fosse stato il Partito, l’opposizione al fascismo sarebbe stata solo di facciata, non ci sarebbe stata la resistenza che ci fu. Resistenza che era stata costruita lungo tutto il “ventennio” che, col concorso degli altri partiti democratici, sfociò nella costituente repubblicana.
Senza il Partito le velleità egemoniche della DC e dei suoi alleati avrebbero ridotto l’Italia ad uno staterello sudamericano gradito agli USA. Infatti gli USA durante la prima repubblica non hanno mai smesso l’ingerenza nella politica italiana in funzione anticomunista. L’elenco dei tentativi eversivi e destabilizzanti è lunghissimo. Parte da Portella delle Ginestre per passare per il colpo di stato Borghese, Ustica, Bologna e altro ancora.
Ma rimane la domanda iniziale: cosa fu il Partito per noi operai, braccianti ecc.?
Fu soprattutto una speranza e una possibilità di riscatto ed emancipazione. Finalmente c’era un partito che dava visibilità a chi non l’aveva mai avuta.
Dava la possibilità di guardare negli occhi i padroni che, a Gragnano per esempio, capitava nei pastifici, fino ad allora davano “la settimana” ( la retribuzione) agli operai girati di schiena come atto di subalternità.
Fu scuola di vita e formazione perché nelle sezioni c’era sempre una piccola libreria dove tutti potevano prelevare libri. C’erano compagni che tenevano i corsi su molte materie, mica solo politiche: anche culturali.
Fu scuola perché finalmente gente che era abituata a dire sempre sì, senza discutere perché doveva obbedire e chinare la schiena, poteva rialzarsi e dire la sua su molti argomenti. Anche complessi, anche internazionali. Scuola perché i compagni dovevano prepararsi e studiare per acquisire quelle conoscenze utili nelle amministrazioni in cui dovevano operare se eletti. Sezioni come plessi? Anche.
Già, dirà qualcuno, e con l’Unione Sovietica come la mettiamo?
Già, come la mettiamo? Certamente negli Anni Cinquanta “La Russia”, come la chiamavamo, era vista come il miraggio. Era il socialismo realizzato. Stalin fu quello che ora noi sappiamo. La condanna non può non essere che netta.
In quegli Anni Cinquanta in cui imperversavano gli squadroni di Scelba, quando la polizia sparava ai braccianti a Torre Melissa e mica solo lì, “la Russia” era vista come il luogo che ci avrebbe aiutato a uscire da quel regime oppressivo che cercava in tutti i modi di emarginare i compagni. E sì perché allora iscriversi al Partito significava discriminazione, finire in liste di proscrizione. Lo sanno bene i compagni che a Torino: da mamma FIAT, chi osava ribellarsi finiva nei famigerati “reparti confino” denominati Stella Rossa. Per cautela e precauzioni chi voleva iscriversi al Partito doveva essere presentato da compagni di provata fede.
Al Nord, soprattutto a Torino, le sezioni del partito divennero strumento utile per favorire l’inserimento degli emigranti venuti dal Sud. Come il sottoscritto.
Erano i tempi in cui papa Pacelli, PioXII, invitava De Gasperi a formare il governo con i fascisti in chiave anticomunista. Si rifiutò. Fu la fine della sua carriera politica e la DC divenne il braccio secolare di una chiesa ancora reazionaria e di una borghesia che pensava solo ad arricchirsi sulle spalle dello stato e sfruttando in modo vergognoso la manodopera.
In realtà il Partito non è mai stato veramente filosovietico. Infatti già in Gramsci troviamo parole dure contro quello stato che stava tradendo lo spirito della rivoluzione. Certamente enfatizzavamo il ruolo della “Russia”. In realtà nessun compagno era disposto a trasferirsi lì.
Quindi il Partito era veramente la casa, il luogo dove andare la sera, mica solo per le riunioni. Anche per fare quattro chiacchiere immersi in una nebbia, provocata dalle numerose sigarette, che si tagliava a fette. Sull’opportunità o meno di fumare in sezione si scatenavano feroci discussioni, la sezione letteralmente si spaccava. Ad essere sconfitti erano quasi sempre i non fumatori. I compagni fumatori, al massimo, guardavano con aria di sufficienza i non fumatori promettendo che si sarebbero moderati: promesse da marinaio.
Forse la chiesa esagerava contro il Partito, però diciamo la verità: il P.C.I. era formato da mangiapreti. Certo ufficialmente è così. Ma a livello di base le cose stavano un po’ diversamente. Dove abitavamo noi, a Gragnano, in via Raffaelli, c’era un convento di suore salesiane che fungeva da scuola materna. Tutti i bimbi andavano a scuola dalle suore. In quella strada quasi tutti erano comunisti, ad eccezione di qualche impiegato comunale e qualche benestante. Ebbene i nostri genitori, tutti, erano legatissimi a quelle suore. Tutti facevano prima comunione, cresima ecc., ci tenevano molto. Quando c’era bisogno di fare qualche lavoretto al convento gli uomini accorrevano. Del resto a livello dirigenziale non sono mai mancati nel Partito dirigenti cattolici. Franco Rodano, giusto per fare qualche nome.
Negli anni 70, quando giunsi a Caselle, mi avvicinai all’oratorio per dare una mano. Quando si accorsero del mio orientamento politico, mi fecero capire con modi ambigui ma chiari che la mia presenza non era gradita. Altri tempi. Fortunatamente andati in soffitta.
Nel 1989 il Partito, su proposta di Occhetto, si sciolse in seguito ad un grande dibattito e molte lacerazioni.
Da quella vicenda nacquero il PDS e Rifondazione. Come è andata lo sappiamo tutti.

Anche qui c’è una domanda cui dobbiamo rispondere: era sbagliata la proposta, era affrettata, formulata male e gestita peggio. Cosa bisognava fare allora?
Difficilissimo rispondere con razionalità. Se non si fosse sciolto il Partito sarebbe stato meglio o peggio?
Anche qui la risposta è problematica perché la storia si fa con fatti accertati.
Io ritengo che quel problema andava posto perché il Partito già da tempo non esprimeva più una linea comunista vera, non era certamente socialdemocratico. Era un partito che partendo dall’opzione marxista era approdato gradatamente ad una visione sociale in cui lo stato svolgeva un ruolo centrale e garantiva la pluralità delle espressioni con una visione di socialismo liberale. Se questo non è un ossimoro.
E poi c’era quel nome che pesava come un macigno anche se ormai il P.C.I. era radicalmente diverso dal partito dei primordi. Il pregiudizio aveva bloccato una fisiologica alternanza alla guida del paese. Se il paese non fosse rimasto prigioniero di un regime democratico solo di nome ma di fatto bloccato sugli interessi democristiani oggi, probabilmente, la situazione sarebbe migliore?
Probabilmente furono sbagliati i tempi. Quell’operazione andava fatta quando il Partito era ancora nel pieno vigore. Del resto Berlinguer aveva già fatto numerosi passi in direzione della costruzione di un partito meno ideologico.
Poi c’è stata tutto il processo che ha portato alla nascita del PD.
Quando nacque il PD, pensai, vuoi vedere che finalmente si realizza il sogno di Berlinguer?
Come è andata, e sta andando, lo sappiamo tutti. Come andrà in futuro nessuno lo può prevedere. Onestamente anche la cosiddetta sinistra radicale, come viene chiamata con questa orrenda definizione, è lacerata da settarismi e dogmatismo. Eppure dicono:” Siamo noi gli eredi del P.C.I.”
Insomma annaspiamo.
Ora lo sappiamo: tutti abbiamo avuto torto nel 1989.
Il Partito Comunista Italiano quello era. Non era né clonabile né trasformabile.
Forse era ineluttabile che finisse così. E chi lo sa.
Il corpo è morto.
Ma non è morta l’idea di uguaglianza, giustizia e dignità per tutti che stava alla base di quel progetto: idee eterne.
Progetto che non può essere legato a cose transitorie perché fanno parte del bagaglio culturale ed etico degli uomini e donne di buona volontà.

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