L’ho sempre odiato! Con tutto il cuore.

Persino da ragazzino, quando non vedi l’ora di trasgredire, uscire dagli schemi, fare tutto ciò che nella quotidianità ti è impedito e la società in cui vivi ti consente di farlo, lecitamente, in un dato giorno e soprattutto in un arco di tempo ben definito.

Odio il Capodanno!

Non credo di essere mai stato un pragmatico, ma sinceramente non ho mai capito come si possa solo lontanamente pensare che allo scoccare di un’ora, anzi, no di un preciso secondo, possa cambiare qualcosa…

Certo, se in quel secondo accendi un fiammifero entrando in una stanza satura di gas… qualcosa può scoccare… potrebbe anche essere sufficiente provare l’ebrezza del volo gettandosi dal trentesimo piano di un palazzo… forse i secondi sarebbero un po’ di più di due o tre, ma l’effetto cambiamento sarebbe comunque rapido.

Ma cosa diavolo può cambiare tra la mezzanotte di un giorno X e le 00.01 di un giorno y? Per qualcuno di noi molto, tutte le notti. La fine di un turno di lavoro, l’arrivo di una telefonata inaspettata, per alcuni può succedere persino di passare, inconsciamente, dalla vita alla morte… per altri, al contrario, di far scoccare la scintilla di una nuova vita… , ma il mondo, inesorabilmente nella sua immensità, continua la sua corsa infinita, nell’infinito universo.

Eppure, vent’anni fa, siamo arrivati al punto di temere che al fatidico scoccare della mezzanotte del 1999 potesse, nientepopodimeno, scatenarsi la fine del mondo!

Siamo una razza animale destinata all’estinzione per imbecillità.

Ho sempre odiato la frenesia da “ultima cena”; patito sin nelle ossa la ricerca di un posto a tavola, in una qualsivoglia compagnia, pur di evitare l’esclusione da “ultimo dei Mohicani”; detestato nel profondo quei caravanserraglio di trasmissioni televisive che, urlanti, ti portavano al fatidico momento del countdown di mezzanotte; mai digerito (oltre ai menù più improbabili con cui ti ingozzavi l’inverosimile) le maratone di giochi, giochini e giochetti pur di fare l’alba e tornare inebetiti a casa con un’emicrania da cento megatoni.

Il primo risveglio mattutino, nel nuovo, meraviglioso e immaginifico anno nuovo era, sempre: “Per fortuna mi aspettano 364 giorni più o meno normali prima di dover subire l’onta di un nuovo Capodanno”.

Pensate, allora, come mi posso sentire ora, a ventiquattr’ore dal Capodanno 2021… la nuova alba dopo questo… innominabile 2020.

Le stesse persone che allo scoccare dell’ultimo secondo dello scorso countdown si sperticarono di auguri per il nuovo, bellissimo, meraviglioso, promettente e ineguagliabile 2020, oggi non vedono l’ora di sbatacchiare calici di prosecco nella speranza di affossare la sequenza di mesi forse peggiore degli ultimi cinquant’anni… Ed io vorrei morderle tutte sul collo, una ad una.

Se ognuno di noi utilizzasse metà dell’energia sperperata in questo insignificante trapasso di tempo in una banale, semplice azione concreta e mirata a cambiare, veramente, qualcosa in noi, rivolteremmo questo mondo come un calzino.

E invece…

Mi spiace per voi, miei poveri lettori, ma mi guardo bene dal fare qualsivoglia augurio. Lascio invece la parola a chi, ben prima del sottoscritto e con incalcolabile superiorità intellettiva e profondità d’animo lasciò ai posteri, indegni, pensieri indimenticabili sul senso del vivere.

Dalle “Operette morali” di Giacomo Leopardi

Il venditore di almanacchi

Venditore – Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere – Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore – Si signore.

Passeggere – Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore – Oh illustrissimo si, certo.

Passeggere – Come quest’anno passato?

Venditore – Più più assai.

Passeggere – Come quello di là?

Venditore – Più più, illustrissimo.

Passeggere – Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore – Signor no, non mi piacerebbe.

Passeggere – Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore – Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere – A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore – Io? non saprei.

Passeggere – Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore – No in verità, illustrissimo.

Passeggere – E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore – Cotesto si sa.

Passeggere – Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore – Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere – Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore – Cotesto non vorrei.

Passeggere – Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore – Lo credo cotesto.

Passeggere – Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore – Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere – Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore – Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere – Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore – Appunto.

Passeggere – Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore – Speriamo.

Passeggere – Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore – Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passeggere – Ecco trenta soldi.

Venditore – Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

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