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venerdì, Luglio 12, 2024

    Una spremuta di…Donne!

    Il dolore e la rabbia per i drammatici femminicidi che da anni insanguinano l’Italia difficilmente sono esprimibili con parole e frasi in un articolo. Quando la notizia di un nuovo, efferato delitto contro una donna esplode sulle pagine dei giornali, ci sembra impossibile che possa essere accaduto, ancora un a volta, dopo gli orrori dell’ultima violenza, che scopriamo, con disgusto, non essere mai l’ultima.
    A oggi, 27 novembre 2023, sono 106 le donne uccise, volontariamente, da uomini: centosei!
    Ci si chiede come sia possibile che questo accada ancora oggi, perché ci sia questa violenza di genere, che cosa mai possa giustificare simili soprusi contro le donne.
    Si condanna il patriarcato, si additano come cause scatenanti la visione distorta dei ruoli sociali, la carenza di educazione all’affettività, i cattivi esempi che tracimano dai programmi televisivi, le degenerazioni dei social, poi, disarmati, scopriamo di non avere comunque ricette adeguate per affrontare il male.

    Eppure… Eppure non ci dovremmo stupire di queste aberrazioni, e soprattutto di scoprire che la risposta è in noi, nella nostra storia recente di Stato, di Repubblica.
    È tutto racchiuso in un arco temporale brevissimo.
    Basta alzare lo sguardo oltre il limite del quotidiano, voltare poche pagine di storia e tornare a qualche decennio fa.

    A soli quarant’anni fa quando, era il 1981, in Italia si abrogava finalmente l’articolo 547 del codice penale, la famigerata norma passata alla storia come “delitto d’onore”. Già, quell’abominevole diritto di poter uccidere un proprio congiunto (moglie, figlia, sorella, cugina, zia…) per difendere il nostro onore o quello della famiglia. La circostanza prevista richiedeva che vi fosse uno stato d’ira (che veniva in pratica sempre presunto) e consentiva una riduzione della pena sino ad un sesto della condanna. Lo stesso articolo, poi, prevedeva il “matrimonio riparatore” grazie al quale il colpevole di stupro estingueva il reato se lo stesso violentatore si rendeva disponibile a sposare la vittima, spesso minorenne. A sollecitare la richiesta del matrimonio riparatore erano soprattutto i familiari della vittima che non vedevano altra strada per ripristinare il loro onore perduto.

    Quarant’anni fa io mi sposavo e avevo ancora il diritto di farmi giustizia per la mia onorabilità. Una follia giuridica!

    Possiamo quindi immaginare quanto fu eroico il rifiuto di un simile matrimonio da parte di Franca Viola, la ragazza siciliana stuprata nel 1967 dal figlio di un boss mafioso. Sostenuta dal padre, Franca si ribellò a una morale aberrante e fu la prima donna a rifiutare pubblicamente il matrimonio riparatore facendo così condannare chi usò violenza nei suoi confronti.

    Eppure, solo nel 1991 il reato di stupro verrà riconosciuto in Italia come un reato contro la persona e non più contro la morale.
    Solo trent’anni fa!
    Quindi, perché stupirci se ancora oggi permane, diffusa, una cultura maschilista, patriarcale, persino misogina?

    77 anni ci separano da quel 2 giugno 1946 quando le donne italiane, finalmente, ebbero il diritto di voto, e circa 50 da quel fatidico 1970 che ci permise di ottenere la libertà di interrompere legalmente, con il divorzio, una relazione matrimoniale e dal 1978 che consentì alle donne di poter gestire, autonomamente, l’interruzione volontaria di una gravidanza. Incredibile.

    Ma proprio nel 1970, Adriano Celentano vinceva Sanremo con la canzone “Chi non lavora non fa l’amore”, in cui la moglie casalinga dell’operaio in sciopero ricattava lo stesso con la propria “disponibilità” amorosa affinché ritornasse a lavorare. Un bel quadretto di emancipazione femminile…

    E dieci anni dopo, a conferma di un mondo che non voleva cambiare, il cantautore Marco Ferradini incideva “Teorema”, un brano che esaltava l’amore vero tra un uomo e una donna partendo, però, da quel comune sentire di prevaricazione nei confronti del “sesso debole”: “Prendi una donna/Trattala male/Lascia che ti aspetti per ore/Non farti vivo e quando la chiami/Fallo come fosse un favore/Fa sentire che è poco importante/Dosa bene amore e crudeltà/Cerca di essere un tenero amante/Ma fuori dal letto nessuna pietà/E allora sì vedrai che t’amerà”.
    E ancora nove anni più tardi, siamo nel 1989, uscirà il libro di Lara Cardella, “Volevo i pantaloni”, che  racconta la tragica situazione di un’adolescente costretta nelle restrizioni mentali e culturali della Sicilia di quegli anni.
    Stiamo quindi parlando di ieri, di un battito d’ali nel tempo della storia nazionale e non possiamo stupirci se oggi viviamo in una realtà ancora così distorta e spaventosa.
    Le 106 vittime di questo tragico 2023 non sono che la punta di un iceberg, di un mostruoso Moloch che, spesso tra le mura di casa, tra gli amici, al lavoro, a scuola, imperversa ancora impunito nella quotidianità, violento e discriminatorio contro l’universo femminile. Purtroppo non ci sono solo 106 degenerati e violenti maschilisti; no, la realtà è ben più complessa e pericolosa. La strada per una società matura, priva di discriminazioni, giusta ed egalitaria non è dietro l’angolo.
    Sono quattro gli indicatori che, presi in esame, ci raccontano come siamo messi, a livello globale, sul fronte delle condizioni di vita di bambine, ragazze e donne, e sono: opportunità economiche, istruzione, salute e leadership politica. Analizzandoli, il Global Gender Gap Report 2021 del World Economic Forum ha definito così quali sono i paesi migliori in cui nascere femmina: Islanda, Finlandia, Norvegia, Nuova Zelanda e Svezia occupano i primi cinque posti, l’Italia è 63esima!
    Ci aspetta un lavoro lungo e impegnativo, per le Istituzioni, le famiglie, la scuola, le organizzazioni sociali… per tutti noi.
    Il Moloch della violenza di genere non è disposto a soccombere con l’indignazione e la protesta. Solo una rivoluzione culturale lo potrà uccidere. Solo una rivoluzione.

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