L’aver parlato il mese scorso di Dmitrij Shostakovic è stato una specie di romantico “revival” che mi ha riaperte le porte del passato, invitandomi a tornare sui miei passi e a riparlarne. Mi scuso se nel far ciò dovrò citare episodi della mia vita di tanti anni fa: infatti quando ancora di musica ne capivo poco o niente, si dà il caso che avessi già fra le mani un disco del Nostro.
Nella mia famiglia la musica era beneaccetta, anche se né l’uno nè l’altro dei miei genitori era competente. In casa avevamo molti dischi, un pot-pourri vario e di non basso livello su cui mi facevo le ossa, anche se miravo a “ben altro”. Un giorno, avevo quattordici anni, un mio amico anche lui melomane come me “scippò” il disco dell’ignota Quinta Sinfonia dell’ignoto Shostakovic a un suo cugino, e siccome, dopo averla ascoltata, sosteneva che si trattava di “una vera schifezza”, io provai l’irresistibile pungolo di cimentarmici per mostrargli una maggiore larghezza di vedute. Alla fine il disco della sinfonia cominciò a girare fra noi, ce lo strappavamo di mano a giorni alterni, e mentre davo mostra di detestarla solo perché alle mie orecchie suonava troppo aspra e barbarica, in realtà svisceratamente l’amavo. Così, prima ancora di sapere esattamente chi fossero Mozart o Beethoven già sapevo chi fosse quel russo dallo strano nome, che mi affrettai ad accorciare in “Shosta”, anzi, nel “mio Shosta”.
Dopo essermi impratichita della musica in generale, il legame col “mio Shosta” conobbe qualche pausa, ma mai il declino; e sì che si trattava di un “vivente”, e io allora ritenevo che si potesse essere Grandi solo da Morti! Seguivo sui giornali le notizie che lo riguardavano, mi buttavo a pesce su tutte le prime radiofoniche di sue musiche. Del resto un tratto della mia vita si è svolta in contemporanea alla sua (morì nell’agosto del 1975) e a volte coltivavo persino la stramba idea che un giorno, chissà, avrei potuto conoscerlo di persona. Qualcuno mi disse che lui in Italia c’era stato, tempo prima, per ricevere l’attestato di socio onorario dall’Accademia di Santa Cecilia; qualcun altro che adorava la canzone “Nel blu dipinto di blu”… Ricordo il piacere indicibile provato all’ascolto del suo Quintetto col pianoforte op.57, una folata di primavera in mezzo a tanti venti contrari, o il fantastico trio con temi “yiddish” op.67. Due opere da camera che mi sento di consigliare a chiunque volesse godere del bello musicale che anche il XX secolo ci ha dato. Ancora ho in mente la sera in cui ascoltai per radio, eseguito da Rostropovich, il concerto per violoncello op.107; e anche la prima italiana della sua Quarta Sinfonia (che per motivi politici non aveva potuto essere eseguita vent’anni prima): la forza espressiva di quelle dissonanze mi lasciò tramortita. Ma il massimo dell’entusiamo credo di averlo provato con la sua Tredicesima Sinfonia scritta su testi del poeta Evgenij Etvushenko, un vero, grande, civile monumento all’antisemitismo. In un’intervista il compositore asserì: “Più passa il tempo e più mi accorgo di giudicare la gente a seconda del suo atteggiamento nei confronti degli ebrei.” Trascrissi questa frase su un foglietto che ancora conservo!
Il catalogo di Shostakovic è molto vasto per generi, forme e modelli; diventato celebre giovanissimo, fino all’ultimo giorno, sul letto di ospedale, non smise di comporre (il suo ultimo respiro fu la commovente sonata per viola op.147). Dalle musiche per balletto alle colonne sonore per film, dal concertismo virtuosistico ai canti folk, dalle ipersonorità sinfoniche alla rarefazione dei quartetti d’archi, dal più puro e astratto suono strumentale ai cori più fisicamente umani. Magari, fra chi mi legge, c’è chi rammenta il suo nostalgico valzerino tutt’intriso d’ironica presa in giro, spesso usato nella pubblicità. Del resto in lui c’è la continua contrapposizione fra il gioco leggero e il dolore profondo, con in mezzo, sempre, una buona dose di sarcasmo e irrisione, a funzione di scudo
Un’estate dei primi anni ’70, turista attratta dai paesi dell’est, ero a Mosca. A un tratto ricordai che lì ci abitava il mio idolo “Shosta” e sentii prepotente il capriccio di conoscerlo, o per lo meno di sentire la sua voce al telefono. Può sembrare incredibile che una come me, in genere molto timida, osasse anche solo pensare simili cose. Ma tant’è. Dopo di aver chiesto e richiesto una Guida Telefonica alla “diejurnaia” dell’Hotel, scoprii che in quell’immensa città, come del resto nell’intera URSS, non esistevano guide telefoniche: segreto di stato. Alla fine la “diejurnaia”, scocciata dalle mie insistenze, mi chiese chi volessi chiamare e io confessai il nome. Mi guardò a occhi sgranati. La sera stessa corse a dirmi che si era informata: Dmitrij Dmitrievic non era in città, ad agosto stava sempre nella sua dacia fuori Mosca. Fu una fortuna che così fosse, evitai un’esibizione scervellata e senza senso. Ma ancora penso a quei momenti con un tenue sorrisino, in ricordo dell’antico amore di tanti anni fa.

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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