Quando tempo fa si è parlato di quell’ “unicum” straordinario costituito dalle Nove Sinfonie di Beethoven, ho accennato alla derivazione di queste Nove dal linguaggio di Haydn: infatti, pur con una visione enormemente più vasta, il fenomeno beethoveniano ha le sue radici, storicamente, nella scrittura haydiniana che l’ha preceduto.
Ma anche Mozart scrisse un certo numero di sinfonie: influirono in qualche modo nello sviluppo del linguaggio del genio di Bonn? La risposta è dubbia per varie ragioni, che qui di seguito spiegherò.
Le composizioni presenti nel catalogo mozartiano col titolo di “sinfonia” sono 41 (più altre extranumerarie): almeno due decine di queste risalgono al periodo della fanciullezza, di forma instabile e spesso con organico ridotto:  prima del 1770 il modello haydniano non si era ancora del tutto imposto nella vita musicale europea, per cui esisteva una grande varietà di moduli e forme, a cui Mozart si adattava. Escludendo perciò le sinfonie scritte da ragazzino durante i vari viaggi, che risentono degli stili locali e che spesso sono in un unico tempo, come la K135 in re maggiore (usata addirittura come ouverture dell’opera “Lucio Silla”), fu solo dopo gli ascolti di Stamitz a Mannheim e dello stesso Haydn, che lo stile del Mozart adolescente attinse a un linguaggio più corposo e personale.
A cominciare dal gruppo di sinfonie scritte per Salisburgo (dalla K181 in poi) si giunge a una svolta quando, diciottenne, il suo stile ormai pienamente plasmato dà origine alla sinfonia in sol minore K183, intrisa d’una stupefacente atmosfera “Sturm und Drang”. Questa sinfonia, oltre ad essere il capolavoro della prima giovinezza, può essere considerata il vero inizio della sua carriera di sinfonista. Da quel momento in poi sia la forma che lo spirito seguiranno da vicino il modello haydiniano e solo di rado si verificheranno passi indietro. Attraverso le sinfonie K200, 201, 202, tutte di alta  progettazione, fino alla meravigliosa lucentezza della K338, si giunge al piglio impositivo e protervo di quella in sol maggiore K385, denominata “Haffner” dalla famiglia committente, l’ultimo gioiello regalato al pubblico di Salisburgo prima di dirgli addio per sempre. Da questo momento in poi (e siamo già arrivati alla Nr 35!) tutte le sinfonie scritte nell’ultimo decennio della sua vita parteciperanno della matura concezione viennese.
Ma in genere la sinfonia mozartiana non è un prato liscio e razionale come in Haydn né un oggetto denso di significati come in Beethoven:  sinfonie di salda formulazione come  la Nr 36 “Linz” e la Nr 38 “Praga”, tutt’oggi in repertorio, nacquero durante un soggiorno in quelle città, dove il compositore si era spostato per dirigere proprie opere, quindi per esigenze di lavoro, non a seguito di una spinta ideale.  Non mi permetterei mai di asserire che dal totale delle sue sinfonie se ne possano “salvare” soltanto una decina; dirò che, se vogliamo trovare prodotti pienamente paragonabili alla visione stabile e florida di Haydn, le sforbiciature si impongono. So che di fronte a un genio come quello di Mozart è irrispettoso usare questo tipo di linguaggio, ma non nego che quando mi sono divertita a fare la scrematura lasciando a galla solo quelle che a tutti gli effetti possono dirsi grandiosamente mozartiane, ne ho trovate all’incirca… nove.
E così siamo giunti alla vetta col trittico sinfonico del 1788. Durante quell’estate, per cercare di risollevare le sorti pericolanti delle sue finanze, e consapevole che il guadagno poteva venirgli solo da “accademie” in cui si eseguisse il genere che andava per la maggiore, nacquero – imprevedibili, misteriose e “in un unico poderoso respiro” – le sinfonie Nr 39, 40 e 41. Un solo mondo spirituale spalmato su tre aspetti contrastanti: la K543 in mi bemolle maggiore, una specie di Eroica di Mozart; la K550 in sol minore, una specie di Quinta di Mozart; la K551 in do maggiore, una specie di Nona di Mozart. Il destino impietoso fece sì che queste tre meraviglie restassero sulla carta e, salvo forse un’esecuzione amatoriale, non riuscissero a trovare la strada del podio. Oggigiorno talmente mitiche, si fa fatica a pensare che, vivo l’autore, non siano state né suonate né stampate. Di sicuro la morte improvvisa di Mozart nel dicembre 1791 tagliò le gambe al loro futuro; infatti si ha notizia della prima edizione a stampa di due di esse, a cura della vedova Costanza, solo nel 1800 a Londra, mentre la K550, che oggi ha sfondato il Mach due della celebrità, fu edita addirittura nel 1810. Può darsi che in circoli privati ci siano state esecuzioni tratte dai manoscritti, ma è un dato di fatto che la notorietà in sala da concerto ebbe inizio solo dopo gli anni ’30 dell’800.
Ecco perché si ritiene che gli estremi capolavori sinfonici mozartiani  abbiano potuto influire poco o nulla sull’immaginario di Beethoven, il quale ne sentì forse qualche brano sparso, ma niente più, magari restando impietrito (così mi piace immaginare) di fronte all’olimpica imponenza architettonica del fugato della K551… a ben ragione soprannominata “Jupiter”!

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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