Questa volta farò una deviazione rispetto ai “massimi sistemi” che mi sono tanto cari e parlerò di un compositore del ‘900 forse minore, ma certo non meno importante (almeno per me).

Il giorno di Santa Cecilia (22 novembre) del primo anno del secolo XX in una cittadina spagnola grondante di storia come Sagunto, nasceva, ultimo di dieci figli, un bambino destinato a dimostrare al mondo intero che la disgrazia e l’infelicità possono anche capovolgersi e trasformarsi in fama, successo e compensazioni morali.
Quando aveva appena tre anni, Joaquín Rodrigo y Vidre conobbe subito la tragedia: un’epidemia di difterite fece strage di bambini, lui non morì ma restò completamente cieco. Il buio assoluto calato sui suoi occhi non fu secondario nel portarlo a coltivare la più invisibile fra le arti, la musica. Educato con estrema cura in istituti specializzati, seguì presto il forte istinto sia letterario che musicale che gli veniva da una mente di prim’ordine. Per la musica, in particolare, fu allievo del più autorevole insegnante di Valencia, Francisco Antich, e nei primi anni ’20 era già uno dei pianisti più richiesti e ammirati. I suoi saggi compositivi, tra cui il brano “Juglares” per due pianoforti e orchestra, lo sollevarono subito sulle ali della celebrità. Ma desideroso di migliorarsi, si spostò a Parigi, dove notoriamente la vita artistica era stimolante al cubo, e all’École Normale de Musique, allievo di Paul Dukas, si impratichì di tutte le tendenze e di tutti gli stili più attuali seguendo le orme dei grandi musicisti spagnoli già passati di lì, Albéniz, Turina, e, soprattutto, Manuel De Falla. Con De Falla si legò in una grande e longeva amicizia. E proprio in quei giorni si verificò l’altro evento fortunato della sua vita, l’incontro con la pianista turca di origini ebraiche Victoria Kahmi, che sposò nel 1933. Un sodalizio affettivo e artistico fra i più emblematici di tutta la storia della musica, quasi una simbiosi fra loro; al punto che quando a Victoria fu chiesto di scrivere la propria autobiografia, la intitolò: “Storia della nostra vita”.
Siamo abituati, dai suoi successi, ad abbinare il nome di Rodrigo alla chitarra classica; in realtà Rodrigo (che fu, non dimentichiamolo, un dotto cultore di musica antica) ha scritto cose egregie per un’infinità di strumenti. La sua finezza d’udito lo portava a scegliere armonie dolci e rilassanti, uno stile consapevole, un costante bisogno di coinvolgere l’ascoltatore e quasi irretirlo in un’atmosfera di beata serenità.
Fra tante perle luminescenti, due in particolare continuano a raccomandarlo alla nostra attenzione. Durante il suo girovagare per l’Europa a seguito dello scoppio della guerra civile spagnola, l’incontro col chitarrista Regino Sainz de la Maza lo spinse a tentare una cosa tentata di rado, scrivere un concerto solistico per chitarra. Infatti il suono piuttosto esile di questo strumento risalta a fatica sull’insieme orchestrale ed allontana i compositori. Solo Mario Castelnuovo Tedesco e Manuel Ponce in quegli anni tentarono qualcosa di simile; ma fu soprattutto l’ottima riuscita del pezzo di Rodrigo a rilanciare alla grande lo strumento a sei corde promuovendo i grandissimi nomi di Andrés Segovia e Narciso Yepes. Il concerto, noto come “Concierto de Aranjuez”, è una sintesi fra classico e popolare. Si sviluppa nei canonici tre tempi in cui domina il pedale di re maggiore. Il primo tempo è un “allegro con spirito” animato dalla rivalità fra due temi gradevolmente ritmici, mentre il finale “allegro gentile” evoca lo spirito delle danze di corte con un impianto leggerissimo sempre oscillante fra ritmi diversi: sembra di veder danzare le “meniňas” di Velázquez. In mezzo sta il mirabile “adagio”, a cui forse nuoce la troppa celebrità. Qui il dialogo della chitarra col fagotto sfiora il sublime, mentre la corona dei fiati, con oboe, corno inglese, tromba, crea un’atmosfera notturna di sogno, impalpabile, unica in tutta la musica del ‘900.
Qualche anno più tardi, nel 1954, forse per ricompensare Andrés Segovia (che era stato deluso dalla dedica del concerto di Aranjuez a Regino Sainz de la Maza), Rodrigo scrisse un secondo concerto, quasi un corollario, denominato “Fantasía para un gentilhombre”. In quattro movimenti ispirati ad antichi testi di chitarra barocca, la “fantasia” si muove con scioltezza tra le molte citazioni, una delle quali è costituita da un elemento folclorico delle Isole Canarie: al raffinato “ricercare” iniziale, seguono momenti di alta liricità in tono minore e momenti ritmati che impegnano fortemente il virtuosismo del solista, fino alla brillante “gagliarda” su cui si intesse l’intero finale.
A quel punto la celebrità aveva già investito Rodrigo in tutti i modi, viaggi in USA, pubbliche onorificenze, commendatorato, lauree honoris causa: tanto longevo da sfiorare il secolo, morì nel 1999 non prima d’essere stato nominato “marchese dei giardini di Aranjuez” dal re Juan Carlos. E di cos’altro avrebbe potuto essere marchese, se non di alberi fruscianti, quel dolce cantore di atmosfere oniriche?
Luisa Forlano

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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