Mi sono regalata un’estate campagnola, tra fiori, orto, funghi e tre belle pedalate la settimana su e giù per le colline del Po, con gli amici del Veloclub Casalborgone. Per ora pedalo, resistendo alla tentazione di una moderna bici assistita, cioè di quelle che appena senti che la salita è dura attacchi il motorino… Avere un capoguida in queste uscite è utilissimo perché se è come il mitico Reginaldo Palazzoni, a cui sto sempre a ruota, non solo conosce tutte le strade meno frequentate, le strade più…lisce e quelle appena costruite, ma conosce bene le ricchezze del territorio. Quando ci propone un sabato mattina di raggiungere la Mandria, ho un attimo di perplessità: possibile che la Mandria sia ad una distanza a me accessibile? (45 km di solito). -La Mandria?- bisbiglio.- Sì, la Mandria di Chivasso, non ci sei mai stata?- No. E non oso confessare che ignoro del tutto l’esistenza di una Mandria di Chivasso. Che sarà? Partiamo.


Il percorso è quasi del tutto pianeggiante: Casalborgone, Verolengo, Casa Bianca, Boschetto…Pedaliamo tra muri di granoturco secco e frusciante, campi di soia e fagioli, filari di kiwi impoveriti dalla gelata di aprile. Poi la sorpresa di una grande e bella costruzione in mattoni, che apre un arco per accoglierci nella grande corte. Mi fermo incantata proprio al centro dove domina un singolare pozzo-fioriera sovrastato da una copertura conica. Leggerò poi che è ciò che rimane di un abbeveratoio circolare del diametro di 17,50 metri smantellato a metà del secolo scorso: se ne vede ancora la traccia nella pavimentazione della piazza. Dal centro, la vista che spazia sulle quattro facciate mi riempie di meraviglia. A est e a ovest vi sono gli edifici più alti, in mattoni a vista, con i piani superiori destinati agli uffici e alle abitazioni del personale dirigente, ai fienili chiusi da grate di legno e ai depositi per gli attrezzi, mentre al piano terra vedo locali che probabilmente erano stalle, protette da una bella sequenza di archi. Sì, perché qui il re Carlo Emanuele III di Savoia, leggo nei cartelli didascalici, nel 1760 aveva deciso di far costruire un “tenimento” per l’allevamento intensivo, moderno e funzionale di cavalli da guerra e da caccia, sul modello degli Harras francesi, ma soprattutto secondo le direttive della nuova scuola “illuminata” di mascalcìa. La documentazione storica, ricchissima, ci fa conoscere la velocità con cui fu costruita la tenuta: dieci anni solamente, dal 1760 al 1770 e la prontezza con cui si risolsero i problemi amministrativi, giurisdizionali e perfino religiosi, in quanto il terreno di 767 ettari apparteneva a Chivasso, Mazzè, Rondissone e Verolengo. Venne dato nel 1763 a Carlo Onorato Sarterio già direttore dell’azienda di Venaria e al “misuratore generale” Giuseppe Giacinto Bays il compito di amministrare la produzione economica e costruire la “nuova fabbrica” al centro del tenimento e al notaio Giovanni Tommaso Bernardi l’incarico esclusivo per amministrare la giustizia. Il Bays si occupò anche della costruzione di una pregevole chiesa parrocchiale dedicata a Sant’Eligio vescovo, protettore dei maniscalchi.


Ancora una volta penso a quando in Canada mi hanno portato a vedere The castle: una villa del primo ‘900, per vedere la quale, addobbata come per un pranzo di Natale alla Downton Abbey, abbiamo pagato 25 dollari ciascuno! Qui abbiamo una delle solite meraviglie italiane poco conosciute e non valorizzate, anzi, saprò presto da alcuni manifesti che si sta lottando per non avere sui terreni adiacenti una bella discarica di rifiuti tossici! Ancora più strano che non sia collegata turisticamente alla Reggia di Venaria! Mi dicono che prossimamente il FAI sarà in visita qui alla Mandria di Chivasso. Speriamo in un futuro diverso, prima che le parti che già ora sono trascurate e in pericolo (parlo delle costruzioni che si sviluppano nei due cortili più piccoli lungo l’asse Nord – Sud) finiscano per crollare. E non so nulla degli interni!
Certo, la decadenza iniziò presto come per la Reggia di Venaria: con Napoleone nel 1797 passò a una società di ex nobili convertiti alle idee rivoluzionarie che vi impiantarono un allevamento di pecore di razza pregiata, con la Restaurazione passò all’Intendenza di Finanza. Nel 1859, durante la seconda guerra d’indipendenza la Mandria divenne avamposto delle truppe sabaude contro gli Austriaci e alla vigilia della prima guerra mondiale vista l’ampiezza del territorio pianeggiante divenne campo d’aviazione  e di riparazione di aerei.
Leggo altre notizie interessanti:
“Nell’autunno del 1918 gli hangar di questo aeroporto militare furono trasformati in baracche, usate per offrire un’ospitalità temporanea ai soldati di nazionalità polacca dell’esercito austro-ungarico. Infatti, a seguito degli accordi tra il Governo italiano e il Comitato Nazionale Polacco di Parigi, fu costituito alla Mandria di Chivasso un campo destinato ad accogliere i volontari dell’esercito polacco allora in via di formazione, arruolati tra i prigionieri dell’esercito austro-ungarico.
Complessivamente il campo ospitò circa 22.000 militari polacchi, che nel corso del 1919 furono inviati in Francia, da dove raggiunsero la Polonia che aveva da poco riacquistato l’indipendenza. Il piccolo cimitero della Mandria accolse i primi venti militari deceduti dopo l’arrivo in Piemonte e in loro memoria fu posta all’interno del cimitero una lapide commemorativa.”
Mi attardo a fotografare e a leggere nella corte d’onore le didascalie che raccontano le vicende della Mandria; gli amici del Veloclub intanto sono già alla sosta-caffè nel locale che si apre sotto il porticato, accanto a un’altra delle quattro porte sormontate dall’arco. Mi siedo anch’io e pian piano strappo qualche risposta a Barbara che gestisce il locale da 34 anni!
-Sempre così tranquillo qui?-
-No, prima del Covid c’erano sempre feste, manifestazioni sportive! Tavolate di commensali sotto i portici! Lo sa cos’è lo “street ball?” Quest’anno era anche alle Olimpiadi! A luglio sono riusciti a organizzare un torneo che si chiama Drink ’n’ Dunk, ma con tutte le restrizioni Covid non s’è fatto nient’altro. Un disastro! –
Mentre prepara i caffè mi documento: il basket da strada o street ball si gioca in tre contro tre, è nato negli USA, nei quartieri più poveri, dove i ragazzi neri difficilmente entravano nelle squadre più acclamate. Bastano uno spazio molto ridotto e un canestro per un gioco veloce e duro. Cinque minuti di partita e via, contro altri avversari. Sto imparando un sacco di cose! Barbara torna con il vassoio.
– Ma ora  a chi appartiene la tenuta? –
– Un quarto appartiene al Comune di Chivasso, una parte è della Regione e il resto è di privati: molti sono i discendenti di quei contadini che nel 1919 ebbero la possibilità di acquistarne un lotto.
Per fortuna tra loro c’è qualcuno che ama la storia di questa tenuta e ha creato la Pro Mandria. Dovrebbero venire quelli del FAI. Abbiamo votato per questo nostro gioiello architettonico. Speriamo! –
– E la discarica di rifiuti tossici?-
-Ah, quella la faranno di sicuro, nonostante tutte le proteste- interviene la madre di Barbara con aria desolata.
Pedalo via dietro Regi, contento di avermi condotta fin lì e so già che almeno un po’ lotterò anch’io per la Mandria di Chivasso. Andate a scoprirla, intanto!

Braidotti M.Nazzarena in Gaiotto Nata a Ciriè(To), tre figli, ex insegnante a Caselle, vive a Torino. Laurea in Lettere con una tesi sul poeta P.Eluard, su cui ha pubblicato, per Mursia, un “Invito alla lettura”. Grandi passioni: la scrittura, tenuta viva nella redazione di “Cose Nostre” e altri giornali locali e l’acquerello.

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