Fino a pochi decenni fa, il catalogo di Giuseppe Verdi (e, similmente, degli altri operisti italiani) era suddiviso, dalla maggior parte dei critici, in titoli “maggiori” e titoli “minori”, con il sottinteso che solo i primi fossero meritevoli di essere riproposti con continuità ai nostri giorni e solo a loro spettasse eternare il nome del compositore. In tempi più recenti, queste suddivisioni manichee sono fortunatamente cadute, tanto nei giudizi degli studiosi quanto nella percezione dei melomani, e oggi si può dire che tutte le opere di Verdi, sia pure con assai diversa frequenza, circolino regolarmente sui palcoscenici lirici del mondo. Certo, se vi aspettate di vederle tutte a Torino, potreste dover attendere a lungo… il nostro Teatro Regio non ha mai brillato per lo spazio lasciato ai titoli meno noti dell’Ottocento italiano; ma, con qualche trasferta per l’Italia settentrionale, in un decennio si sarebbe potuto ripercorrere quasi per intero il catalogo di Verdi. C’è però un titolo che rimane davvero raro anche ai nostri giorni: Aroldo. E non si tratta di un’opera giovanile, bensì di quella che un tempo era indicata come l’ultima delle opere “minori”: scritta nel 1857, stesso anno di Simon Boccanegra, viene dopo Rigoletto, Il trovatore e La traviata, poco prima di Un ballo in maschera, cioè nella piena maturità verdiana. Le ragioni di tanta rarità risiedono nel fatto che Aroldo fu la riscrittura del precedente Stiffelio (1850), che aveva avuto vita difficile poiché l’ambientazione contemporanea con protagonista un ministro religioso protestante incontrava problemi di censura: la vicenda fu spostata nel Medioevo, e il protagonista divenne un guerriero di ritorno dalle crociate.
Dopo la riscoperta di Stiffelio (avvenuta nel secondo Novecento), la versione originale è stata preferita per la sua maggiore coerenza drammaturgica e musicale. Il protagonista è un uomo che scopre di essere stato tradito dalla moglie (pentita e desiderosa di essere perdonata); dopo averla maledetta e averle proposto un divorzio, comprende il senso evangelico del perdono e la riaccoglie tra le proprie braccia. Una vicenda pensata per essere ambientata nell’Ottocento borghese e avere come protagonista un pastore protestante, diventa un po’ straniante se la si attribuisce a un crociato di ritorno dalla Terrasanta nella Gran Bretagna del Duecento, quale è Aroldo. Dal punto di vista musicale, parecchie pagine passarono direttamente da una partitura all’altra, al limite con piccole modifiche testuali; altre furono sostituite o modificate più profondamente; l’inizio del I atto e tutto il IV atto sono decisamente nuovi. Aroldo è quindi una partitura composita in cui si alternano pagine nello stile sanguigno del giovane Verdi ad altre che sembrano uscite dalle opere della maturità: queste ultime sono più raffinate nella scrittura e nell’indagine psicologica, ma allentano un po’ la compattezza originaria. Ciò non toglie che ascoltare l’opera, al di là della curiosità per la sua rarità e la sua storia compositiva, sia un’esperienza estetica arricchente: ci si trova infatti davanti alla vivida rappresentazione di un dramma di amore coniugale che non perde attualità ai nostri giorni.
Per chi, come il sottoscritto, attendeva da tempo l’occasione di completare il proprio personale catalogo verdiano (era in effetti l’unico titolo di Verdi cui non avessi mai assistito in teatro), si è avuta una preziosa occasione di ascoltare Aroldo in Emilia Romagna, con uno spettacolo nato nell’estate scorsa per il Teatro “Galli” di Rimini (che nel 1857 era stato inaugurato proprio con la prima assoluta dell’opera verdiana) e riproposto in gennaio a Ravenna, Piacenza e Modena. I registi, Emilio Sala ed Edoardo Sanchi, hanno scelto di distaccarsi dall’ambientazione medievale prevista dal libretto (che, come sopra esposto, era frutto della retrodatazione un po’ anacronistica di una trama ottocentesca) e di spostare la vicenda in epoca fascista, trasformando Aroldo in un reduce della guerra d’Etiopia e intrecciando la trama verdiana con la storia di Rimini e del suo teatro distrutti dai bombardamenti durante l’ultima guerra. Per far questo, sono intervenuti qua e là (in maniera minimale, va detto) anche sul testo cantato, cosa che personalmente trovo inaccettabile. Tuttavia, la drammaturgia funzionava, e questo è ciò che più conta. La recita piacentina alla quale ho assistito è stata particolarmente apprezzabile dal punto di vista musicale, grazie a un cast di solisti di ottimo livello e a un’esecuzione assolutamente integrale, che ha fatto risaltare tutti i pregi della partitura. Ora posso dire di aver ascoltato dal vivo tutte le opere di Verdi. Resta qualche versione alternativa (le prime edizioni di Simon Boccanegra e La forza del destino, il Don Carlo italiano in cinque atti e qualche variante minore), ma sono fiducioso che, con la dovuta pazienza, completerò il catalogo!

Questo mese al botteghino…

Unione Musicale: (https://www.unionemusicale.it/) Vari concerti tra il Conservatorio e il Teatro Vittoria. Il 23 febbraio, al Conservatorio, Enrico Dindo (violoncello) e Monica Cattarossi (pianoforte) propongono musiche di Dvorak, Prokof’ev e Rachmaninov. Il 2 marzo è ospite il Quartetto Hagen, il 9 marzo recital pianistico di Paul Lewis.

Accademia Stefano Tempia: (https://www.stefanotempia.it/)
Polincontri Classica: (http://www.policlassica.polito.it/stagione) La programmazione dei prossimi mesi è in via di definizione.
Concertante: Numerosi concerti in diverse sedi alle ore 17. Il 20 febbraio a Palazzo Barolo un omaggio a Giulia di Barolo con l’attrice Beatrice Bonino e il pianista Massimiliano Génot. Il 13 marzo nella stessa sede Winterreise di Schubert, interpretata da Alessandro Maffucci (tenore) e Roberto Russo (pianoforte).
Educatorio della Provvidenza: (https://www.educatoriodellaprovvidenza.it/)
Orchestra Rai: (http://www.orchestrasinfonica.rai.it/) Il 17-18 febbraio Gergely Madaras ha diretto una serata dedicata per metà a Wagner (Idillio di Sigfrido e Wesendonck Lieder) e per metà a Brahms (Vier ernste Gesange e Variazioni su un tema di Haydn). I pezzi per voce sono interpretati da Angela Denoke (soprano) e Matthias Goerne (baritono). Il 10-11 marzo Robert Trevino dirige la sinfonia Manfred di Cajkovskij
Concerti Lingotto: (https://www.lingottomusica.it/) L’8 marzo, per la stagione dei giovani, è ospite il violoncellista Anton Mecht Spronk.
Teatro Regio: (https://www.teatroregio.torino.it/) Il 12 febbraio c’è stata l’ inaugurazione della stagione d’opera 2022 con La bohème di Puccini. Repliche fino al 27, con Maritina Tampakopoulos, Valentin Dytiuk, Valentina Mastrangelo, Biagio Pizzuti (cui si alternano Francesca Sassu, Matteo Lippi, Cristin Arsenova, Ilya Kutyukhin), direttore Pier Giorgio Morandi, regia di Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi con scene e costumi ripresi dai bozzetti della prima assoluta. Dal 12 al 26 marzo Norma di Bellini, con Gilda Fiume, Dmitry Korchak, Fabrizio Beggi, Annalisa Stroppa, direttore Francesco Lanzillotta, regia di Lorenzo Amato.

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