“La musica e i gatti sono un ottimo rifugio dalle miserie della vita” disse quel grande filantropo e grande organista che fu Albert Schweitzer.
Impossibile non dargli ragione. Personalmente sono per indole un’amante dei gatti, ma non posso vantare molta esperienza con loro. Tralasciando episodi sporadici e casuali, ho al mio attivo solo due casi di vita in comune: tempo fa con un magnifico gattone dagli occhi blu chiamato Miky, che in realtà dividevo con mia sorella ma che comunque ha scorrazzato in lungo e in largo in casa mia per quasi dieci anni, e poi questo recente gattino, un meticcio siberiano di nome Yuri, un pelosetto di poco più di quattro mesi, l’ho preso appena svezzato e adesso sto seguendo il suo percorso di crescita.
Osservare l’atteggiamento gattesco verso il mondo dei suoni mi ha sempre attratta e incuriosita. Se quanto sto per dirvi abbia o no un valore assoluto non lo so (penso lo si debba restringere nella sfera di questi miei due mici), ma posso senz’altro affermare che il gatto è un animale musicale. Col suo udito finissimo (può sentire suoni con frequenze fra i 30Hz e i 65.000 Hz) non si tira indietro di fronte a nessuna sorgente sonora e si orienta verso gusti precisi e ben direzionati. In base all’esperienza, potrei stabilire la regola generale che il gatto ama la melodia. Più è dolce più gli piace, non gradisce dissonanze nè bizzarrie armoniche, vuole che il volume del suono non ecceda, rifiuta il chiasso, detesta sequenze troppo ravvicinate di “piano e di “forte”, predilige gli “adagi” e gli “andanti”, e se viene messo di fronte a una musica troppo ritmata se ne va in un’altra stanza.
Miky, ad esempio, mostrava un interesse speciale per gli strumenti a tastiera. Era senz’altro un gatto bachiano. Non che non amasse anche altri autori, Mozart, ad esempio; ma Bach era la sua passione. E dirò di più: amava Bach (intendo Partite e Suites francesi/inglesi) più sul clavicembalo che sul pianoforte, forse proprio per quel bisogno di evitare salti di intensità nel suono. Una volta in cui ascoltavo la sonata op.31/2 di Beethoven, denominata “La Tempesta”, che nel suo primo tempo è tutta basata sul tragico gioco dei “pianissimo” e dei “fortissimo”, al primo “ff” lui è corso a nascondersi sotto il letto e non è più uscito per due ore. Non disamava il violino, anche nel registro acuto, ma forse la viola era lo strumento ad arco che preferiva, per cui quando ascoltavo la Sinfonia Concertante K364 di Mozart, con quel mirabile equilibrio amoroso tra violino e viola, più di una volta si è seduto sul sofà accanto a me, gli occhi semichiusi, le orecchie che vibravano intermittenti: immobile, ascoltava serafico fino alla fine, e se si acciambellava, le orecchie, vigili, continuavano a muoversi vibrando.
I gusti del piccolo Yuri sono ancora tutti da farsi, data la tenera età, però ho già avuto conferma che il ritmo, se è troppo sfacciato, proprio non gli va. La sera del 31 dicembre abbiamo visto insieme quel capolavoro di Disney che è “Gli Aristogatti”. Yuri seguiva stupito l’avvicendarsi delle immagini colorate finchè, nel momento in cui si scatena l’episodio della Jazz Band dei gatti randagi (il momento più travolgente), è scappato via con una serie di disgustati miagolii. Insomma, quanto a Jazz è chiaro che al gatto piace freddo!
Invece giorni fa, con Mozart, ha scoperto il pianoforte. Il solista stava eseguendo per TV  l’Andante del Concerto K271, pagina di incredibile bellezza in cui il pianoforte dialoga con le note ribattute dei corni e degli oboi e pare quasi dissolversi in un’atmosfera di sognante malinconia. A quel punto lui, che stava giocando con un peluche, si è bloccato ed è andato davanti alla TV roteando alternativamente prima un orecchio poi l’altro: fissava le mani del pianista, seguiva i suoni ad uno ad uno proprio come se fosse capace di assimilarli; giunto però al pimpante Rondò finale è tornato a giocare col peluche. Ancor più interessante, oserei quasi dire commovente, è stata la sua reazione “patriottica” durante il concerto vocale/strumentale di Venezia (a Capodanno): irritato dal colpo in “fortissimo” a piena orchestra che anticipa il coro “Va pensiero”, stava per andarsene… ma poi il trillo del flauto l’ha incuriosito e si è immobilizzato nella nota posizione ad orecchie semoventi. Ha ascoltato il coro, tutto, fino al punto coronato finale, un amalgama di suono che certo non sapeva decifrare ma che gli risultava gradito all’orecchio. Stava in atteggiamento di stupore, oserei dire a bocca aperta…
So che sto esagerando. Tuttavia a conferma di questo fatto, che al gatto piace soprattutto la melodia, ho trovato su Internet un sito in cui si trovano molte “musiche per gatti”, alcune scritte appositamente da compositori “gattari”: sono tutte costruite su linee melodiche morbide e tenere, spesso in “sottovoce”, assolutamente prive di sbalzi o di strappi ritmici. Per cui queste mie modeste quanto empiriche osservazioni potrebbero essere, forse, nel giusto.

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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