Riflettendo sul binomio bambini-bicicletta, non posso che pensare a Gianni Milano, maestro elementare della cintura torinese fra gli anni Settanta e Ottanta. I suoi bambini avevano le biciclette pronte nel cortile della scuola, e quando non c’era un motivo più che valido per restare in classe, montavano in sella e partivano – tribù allegra e scampanellante – per correre ad esplorare le giungle che costeggiano il torrente Stura. A cercare gnomi ed elfi. A piantare alberi e ad erigere totem.
Pedagogista e poeta – o forse pedagogista poeta – personaggio di spicco del movimento beat in Italia negli Anni Sessanta, Milano sbarcò in provincia di Torino nel 1974, portando con sé il gusto per possibili esperienze tribali con i bambini, secondo le speranze di Freinet, ribelle e profetico pedagogista francese che suggeriva agli insegnanti di abbandonare, con i propri scolari, per almeno un mese, le scuole di città e installarsi negli abbandonati villaggi di cui la Francia è piena, per tentare genuine esperienze comunitarie, di studio, di vita e di lavoro. Con i suoi bambini, Milano impostò un’insolita esperienza di educazione on the road, basata sull’utilizzo quotidiano della bicicletta, come strumento per esplorare il territorio e trarne elementi di studio e di approfondimento scolastico.
Come racconta Gianni Milano: “Un maestro in bicicletta non era spettacolo usuale a quei tempi. Ci si attendeva, infatti, da un rappresentante dello Stato, un comportamento “comme il faut” e la bicicletta non rientrava nelle norme del galateo; ma a me dava grande felicità, era un mezzo di trasporto  buddhistico, non violento, non inquinante, non rumoroso. Andavo quasi a piedi, sollevato da terra. Ero vicino alle cose che osservavo. Potevo salutare le persone che incontravo. Ricordavo a me stesso, e alla terra, il dovere gioioso di vivere in pace, senza padroni, leggero come un piccolo uomo, in bicicletta, verso bambine e bambini in attesa di una qualche nuova sorpresa. Fu per questa felicità del pedalare che fondai la mia attività educativa sulle due ruote. E partendo da questo presupposto ho ritenuto bene incentrare l’energia dei bambini su pedali avventurosi che permettessero loro di accogliere il mondo nella sua stupefacente varietà, senza esotismi, con sguardi attenti e minimalisti, con una intelligenza “muscolare”, diretta e pronta. L’aula ed il raccoglimento scolastico hanno un senso solo se servono per organizzare emozioni e conoscenze, per codificarle e comunicarle, per sviluppare ipotesi e fantasie. La strada, come ci insegna Kim, è democratica, varia, e conduce sempre in un qualche posto, meraviglioso, perché testimonia che siamo vivi e la vita è un valore che i bambini sperimentano poco a scuola. Là si “impara a vivere”. Il movimento crea disturbo, inquieta le maestre, è contrario a tutto ciò che si immagina sia un ordinato apprendere. Non c’è posto, a scuola, per le biciclette.
Così, dopo i primi quindici giorni d’ottobre, tutti i bambini, di riffa o di raffa, venivano a scuola in bici. Eravamo la sola classe, sul posto, ed anche altrove, che facesse una cosa del genere! Convinti che il territorio fosse ben più ricco dell’aula e delle didattiche, poveri come bambini proletari, immigrati e stranieri nell’istituzione, attendevamo lo squillo del desiderio per partire.
I genitori non ostacolarono il progetto. Capirono che in questo modo venivano sfruttate le energie e le abitudini dei loro figli in strada, trasformando le loro scorribande in apprendimento. E dopo non molto iniziarono a collaborare. Ci insegnarono a realizzare sacche in tela per metterci dentro gli attrezzi del pronto soccorso per le bici, vennero in aula a darci dimostrazione pratica di come si aggiusta una gomma forata, non fecero mai mancare una due ruote ai loro figli. E di questo li ringrazio.”

Tutti in bici fino all’Isola delle Anguille, e-book

Nel novembre del 2001 andai a trovare Gianni Milano nella sua casa di Torino, a ridosso di Porta Palazzo. Volevo saperne di più sulla mitica Isola delle Anguille, di cui avevo sentito parlare da alcuni suoi ex allievi. Un’insolita, straordinaria esperienza di educazione “on the road”, con una classe di bambini della cintura torinese.
Ne venne fuori un testo in forma di intervista, che fu pubblicato, qualche mese dopo, e in forma ridotta, sulle pagine web de “L’Espresso” in una bellissima rubrica curata da Sandro Magister che si intitolava InBici. Una rubrica quasi avveniristica per quei tempi, perché non si occupava solo di bici sportiva, ma soprattutto di cultura della bici. Così tanto avanti che non ebbe vita lunga. Questo e-book ripropone il testo dell’intervista nella sua forma integrale.

https://drive.google.com/file/d/1u2zbWy2hiGBsArr3x5GSvW4lX_aS5Ahr/view?usp=sharing

 

Autore, giornalista e musicista. Ha pubblicato libri dedicati alla “cultura della bicicletta”, resoconti di viaggio, testi di argomento pedagogico, di narrativa per ragazzi e di storia locale. Ha scritto di musica per il settimanale Il Risveglio ed è autore per la rivista Canavèis.

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