“La tartaruga, lenta com’è

Afferra al volo la fortuna

Quando c’è…”
Bruno Lauzi

Ogni infanzia felice ha avuto le sue biciclette. Per molti di noi la bici è stata la prima occasione per varcare le colonne d’Ercole dell’abbraccio dei genitori, il destriero su cui esplorare il mondo vasto e meraviglioso che si stendeva appena oltre l’isolato di casa.
All’inizio dell’estate del 2005, mentre parlavo di filosofia della bicicletta ad Asti, nell’ambito del festival “A sud di nessun Nord”, uno degli ascoltatori ha osservato, con arguzia, che la bicicletta ha rappresentato, per lui bambino, l’occasione per rompere il secondo cordone ombelicale, quello meno evidente, ma non per questo meno tenace, che lo legava alla figura paterna. La sua osservazione mi ha colpito. Ricordo ancora l’espressione di mio padre, dopo aver rimosso le rotelle dalla mia prima bicicletta, un misto di fierezza e malinconia. Sapeva bene che la bicicletta avrebbe allargato i miei orizzonti e il mio territorio. E che da quel momento in poi mi sarei allontanato sempre più da lui.
Molto è cambiato da allora. E la bici oggi non è più il destriero di metallo con il quale i ragazzini esploravano, per la prima volta da soli, il mondo che li circondava.
Scrive Francesco Tonucci:
“È interessante e preoccupante notare come la mobilità dei bambini si sia notevolmente ridotta soprattutto per il rischio introdotto dalle automobili, che sono il mezzo attraverso cui è grandemente aumentata invece la mobilità degli adulti.
Sempre meno bambini vanno a scuola da soli, possono attraversare la strada, recarsi da soli nei luoghi di svago. Queste operazioni semplici vengono vissute con l’accompagnamento e la responsabilità dell’adulto. Diminuisce così significativamente l’opportunità di operare scelte autonome e questo determina un rallentamento del processo di crescita del bambino, perché non possono svilupparsi in lui gli apprendimenti di base delle caratteristiche spaziali dell’ambiente e i comportamenti che garantiscono l’indipendenza.
Piuttosto che creare nuovi spazi protetti (recinti?) per i nostri bambini, dovremmo restituire loro un mondo più ragionevole e umano, dove poter andare in bici, liberamente, per strada. Ma, in mancanza di questo, e in attesa che si realizzi la città di Utopia, accontentiamoci che pedalino lungo le ciclabili, al sicuro (relativamente) dalla prepotenza motorizzata.”

Autore, giornalista e musicista. Ha pubblicato libri dedicati alla “cultura della bicicletta”, resoconti di viaggio, testi di argomento pedagogico, di narrativa per ragazzi e di storia locale. Ha scritto di musica per il settimanale Il Risveglio ed è autore per la rivista Canavèis.

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