Giudizi e pregiudizi

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Quando entriamo in contatto con persone nuove, sentiamo un innato bisogno di capire, già da pochi sguardi, dalle prime parole o dall’abbigliamento, che tipo sia chi ci sta di fronte. È quello che si chiama “farsi una prima impressione dell’altro”, che poi potrebbe rivelarsi del tutto errata a mano a mano che si approfondisce la conoscenza.
 
Nella vita moderna incontriamo tutti i giorni persone nuove, a differenza di un tempo, quando la gente viveva nei villaggi e ci si conosceva tutti da generazioni: i forestieri erano davvero una rarità. Quali indizi utilizziamo per farci un’idea dell’altro? Le caratteristiche superficiali, quali l’abbigliamento, la postura, l’espressione del viso, sono i primi tratti su cui ci basiamo per farci un’idea di uno sconosciuto. Siamo molto più sensibili agli aspetti negativi rispetto a quelli positivi per dare un primo giudizio. Un difetto fisico o il cattivo gusto di abbigliamento catturano di più la nostra attenzione rispetto alla gentilezza del nostro interlocutore.
 
Possiamo davvero capire, da una prima impressione, basandoci sui dati esteriori, chi sia affidabile, chi sia competente, chi sia deciso? Risalgono a oltre 100 anni fa i primi studi che cercano di rispondere a questa domanda. Pioniere del settore è il criminologo Cesare Lombroso, medico vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900, esponente di teorie secondo cui si è criminali per nascita e sono i tratti anatomici a poter predire chi sarà delinquente e chi non lo sarà. Al giorno d’oggi questa teoria è assolutamente discutibile, però illustra come sia insito nell’umanità il bisogno di valutare al primo impatto se chi ci sta di fronte sia pericoloso oppure innocuo.
 
Gli studi che abbiamo a disposizione ci parlano dell’effetto “alone”: da un tratto superficiale ci facciamo un’idea dell’intera personalità. Pensiamo che le persone che hanno un viso di proporzioni infantili, come la testa tonda, gli occhi grandi, il naso piccolo, ci sembrano sincere, ma allo stesso tempo deboli e poco capaci. Pensiamo inoltre che le persone di bell’aspetto siano più forti e più competenti.
 
Ci basiamo parecchio sulle nostre esperienze precedenti per farci un’opinione. Quante volte ci siamo affezionati a qualcuno perché ci ricorda qualcun altro? Ad esempio, possiamo sentire affinità con una persona appena conosciuta perché assomiglia ad un ex. Anche le emozioni momentanee vengono considerate degli indicatori: le persone allegre vengono valutate come altruiste, quelle arrabbiate come poco disponibili.
 
La prima impressione si rivela come non giusta, specie se fondata su dei pregiudizi, come essere uomo o donna, bianco o di colore, giovane oppure vecchio. Classico esempio dello stereotipo “le donne non sanno guidare”, eppure, statisticamente, le donne sono meno protagoniste di incidenti stradali rispetto agli uomini!
 
Chi pretende di aver capito tutto di un’altra persona dopo un breve incontro, si dimentica che il modo di porsi e di comportarsi non è predefinito, sempre uguale, ma cambia in base alle situazioni, alle circostanze e alle emozioni di un dato momento. Così come a noi capita di sentirci in forma e competenti in certi momenti ed in altri no, lo stesso vale per i nostri interlocutori.
 
I nostri pregiudizi ci influenzano talmente che possono sfociare in quella che si chiama “profezia che si autoavvera”. Siamo così convinti che una persona si comporti in un certo modo, che facciamo di tutto per farlo accadere. Ad esempio, un datore di lavoro, che a prima impressione è convinto che un suo dipendente non abbia carattere, potrebbe non affidargli mai degli incarichi di responsabilità, non permettendogli quindi di dimostrargli quanto vale. Questo purtroppo accade spesso per quel che riguarda i pregiudizi razziali o sessuali. Potremmo ad esempio avere talmente timore di avvicinarsi a persone di nazionalità differente dalla nostra tanto da non voler mai condividere esperienze con loro, e non avere quindi la possibilità di cambiare la nostra opinione. Oppure, è stato dimostrato che le donne hanno meno successo negli ambiti scientifici perché fin dalle scuole elementari vengono incoraggiate agli studi letterari e non matematici, confermando così che alcuni tipi di lavori sono adatti agli uomini.
 
La prima impressione ha davvero molta importanza e può influenzare aspetti salienti della vita: pensiamo alle sentenze nei tribunali, come dimostrano il maggior numero di condanne per colpevolezza degli afroamericani rispetto ai bianchi.
 
Come si può correggere questa innata tendenza alla distorsione, dettata dal bisogno di conoscere immediatamente chi si ha di fronte? L’unico modo è darsi la possibilità di aumentare le interazioni con lo sconosciuto ed eventualmente raccogliere informazioni su di lui da varie fonti, ovvero dalle “referenze”. Modifichiamo in continuazione la nostra prima impressione ogni volta che abbiamo la possibilità di relazionarci con l’altro.
 
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