Andrà tutto bene

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Oggi, quando sto scrivendo questo articolo, è il 15 marzo e siamo in piena emergenza coronavirus. Da pochi giorni un Decreto del Ministero ci chiede di stare tutti a casa, ed in effetti, da cosa posso vedere dalla mia finestra, le strade sono deserte. Ci è stato chiesto di stravolgere la nostra routine quotidiana per preservare la salute della collettività. Per quel che riguarda la professione degli psicologi, per ora, essa viene ritenuta un’attività che è opportuno continuare a svolgere, ma con le adeguate precauzioni. Sto chiedendo ai miei pazienti, al fine di minimizzare gli spostamenti, dove possibile, di non venire nel mio studio, ma di svolgere la seduta da casa. La tecnologia mi sta venendo in aiuto, così posso fare delle sedute utilizzando le videochiamate. La maggior parte dei miei pazienti si sta trovando bene, solo pochi, i più tradizionalisti, sostengono che non sia la stessa cosa e preferiscono che ci vediamo di persona, con le dovute precauzioni che ci proteggeranno da ogni possibilità di contagio.

Una situazione come quella presente, oltre che all’indispensabile lavoro dei medici, richiede anche la presenza del sostegno psicologico, per limitare il più possibile l’impatto emotivo nel momento di crisi.

Quando abbiamo sentito parlare per la prima volta di coronavirus, era gennaio. Ci sembrava lontanissimo da noi, riguardava la remota Cina. In poche settimane la distanza si è minimizzata, il virus è arrivato in Lombardia prima, in Piemonte poi, e ci siamo sentiti vulnerabili. Ci chiediamo se e quando arriverà anche nel nostro piccolo paese, o, peggio, interesserà un nostro caro. Nel momento in cui vi scrivo, a Caselle e nei d’intorni, non pare ci siano ancora dei casi diagnosticati ma siamo comunque turbati dalle immagini surreali che ci arrivano dalla televisione o dalle nostre brevi ed indispensabili uscite. I filmati di operatori sanitari avviluppati in tute bianche che vanno a prendere i malati in ambulanza, oppure, la popolazione che si mette in coda per entrare in uffici e supermercati con guanti e mascherina, sicuramente avrà degli effetti negativi sulle nostre reti neurali. La situazione di emergenza sanitaria ci pone a rischio di sviluppare un malessere psicologico, quello che viene definito “Disturbo post traumatico da stress” i cui primi segnali sono l’insonnia, la difficoltà di concentrazione e di memoria, l’utilizzo di sostanze quali alcool, eccesso di cibo, la sensazione di affaticamento, l’isolamento.

Ci troviamo a gestire emozioni complicate, e non sempre ci riusciamo con successo. Quali sono le emozioni che accompagnano i tempi del Covid-19? Sicuramente la paura. Una dose di paura è sicuramente una reazione sana, quella che porta ad attenersi scrupolosamente alle prescrizioni, come stare a casa, lavarsi le mani, mantenere le distanze di sicurezza… Troppa paura invece sfocia nel panico, proprio ciò che ha portato ad affollare i supermercati oppure i treni per tornare a casa. Il panico ci espone maggiormente al rischio di contagio. La paura può trasformarsi in ipocondria, a vivere cioè con il pensiero fisso di potersi ammalare. Ci sono persone che sono in perenne stato di allerta, sono tesi, hanno la tachicardia ogni volta che sentono la notizia di un contagio nelle vicinanze, guardano i notiziari in continuazione, controllano la febbre tutti i giorni. Altri, al contrario, reagiscono con l’evitamento: ho la febbre ma non contatto il medico, tanto non è nulla… oppure, non tengo conto dei consigli per proteggermi, è tutta una farsa…

La sensazione di impotenza può farci sentire vulnerabili: non posso farci nulla, siamo spacciati, il mondo è pericoloso…. E che dire della rabbia, che porta le persone a ribellarsi alle restrizioni imposte, o, peggio, a cercare un colpevole: chi è l’untore? Con spiacevoli episodi di razzismo, i primi colpiti sono stati i cinesi, poi è toccato agli italiani… Su internet circolano le più varie teorie sul complotto: qualcuno ha creato questo virus per distruggere qualcun altro?

Il senso di colpa è sperimentato da chi, inconsapevolmente, ha infettato altri, oppure da chi, all’interno di una famiglia, non si è ammalato mentre qualcun altro è grave all’ospedale: “Perché è toccato a lui e non a me?”.

Ci saranno poi da gestire i lutti complicati, che riguardano tutti coloro che hanno perso i loro cari inaspettatamente e non hanno neppure avuto la possibilità di organizzare dei funerali. Dovranno essere aiutati a superare il lutto e, finito tutto questo, sarà opportuno pianificare cerimonie di commiato per contenere il loro dolore.

Voi lettori leggerete questo articolo circa un mese dopo rispetto alla sua stesura, spero che per allora la situazione sarà migliorata. Come buon auspicio vi allego lo striscione realizzato da mia figlia e me su invito della scuola. Lo abbiamo appeso all’esterno di casa nostra, per strappare un sorriso a chi passa e si ferma a leggere: “Andrà tutto bene”.

Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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