Nel momento in cui vi scrivo è da poco passato Ferragosto. I telegiornali da qualche giorno stanno trasmettendo notizie poco incoraggianti sull’andamento dei contagi: sono in aumento e, da quel che ci dicono gli esperti, la causa sarebbe la difficoltà a mantenere le distanze. Il profilo delle persone contagiate è però cambiato rispetto alla primavera, gli ammalati ora sono i giovani, i reduci dalle vacanze all’estero o i patiti della movida. Dopo mesi di lockdown, ansia, sacrifici, come mai è ancora così difficile far assumere alle persone dei comportamenti responsabili? Ai tempi del Covid -19 chiunque si avvicini è una possibile minaccia, eppure…
Abbiamo innatamente la tendenza a mantenere le distanze: lo “spazio personale”, indica il bisogno di avere attorno a sé una piccola area che ci separa dagli altri, se essa non può essere rispettata proviamo disagio. Gli studi di psicologia ci indicano che questa distanza è di circa un metro, ma varia da cultura a cultura. All’interno del nostro spazio personale permettiamo di entrare solo a chi per noi è più intimo, come i famigliari o gli amici più cari.
Gli studi psicologici e neuroscientifici dimostrano che in modo costante e inconsapevole calcoliamo la probabilità che qualcosa arrivi in contatto con il nostro corpo, già da neonati, a partire dalle otto ore di vita. Esiste un sistema di neuroni specializzato che si attiva non appena si sta avvicinando qualcosa a noi, e comunica con i neuroni del sistema motorio per farci spostare! Tutto questo ovviamente avviene in tempi rapidissimi. Se percepiamo che si sta avvicinando una vespa, la reazione di allontanamento è immediata, così come se una persona con cui non abbiamo confidenza ci sta troppo “addosso”, naturalmente ci viene da fare un passo indietro.
Le scienze sociali confermano il ruolo di fattori demografici, ambientali, culturali e di personalità nel mantenimento dello spazio interpersonale. La percezione dello spazio personale può cambiare molto in seguito alla circostanza: in un tram accettiamo di stare ammassati se esso è pieno, ma non appena scende un po’ di gente è spontaneo ridistribuirsi. Molto dipende anche dal carattere delle persone: chi è dominante ha la tendenza ad invadere lo spazio degli altri.
I dati delle ricerche italiane dimostrano che lo spazio interpersonale dei partecipanti agli esperimenti è di 40-60 centimetri di distanza tra amici e 90 centimetri tra sconosciuti, inferiori alla distanza consigliata per prevenire il contagio. Personalmente ho osservato il disagio delle persone a cui viene richiesto di mantenere le distanze: da quando è scoppiata la pandemia nel mio studio tengo una distanza di due metri tra me ed i pazienti. Tutti hanno mostrato perplessità alla novità con domande del tipo: devo sedermi qui? Posso avvicinarmi? C’è chi con disinvoltura ha spostato la sedia verso di me pensando che fosse casuale il fatto che le sedie fossero così lontane… a tutti ho dovuto spiegare il perché del cambiamento, quasi a dovermi giustificare. C’è chi si è mostrato anche un po’ deluso della novità e ha fatto commenti sminuenti il contagio del tipo “mah, non ci credo a tutta questa storia, sarà poi vero?”. Quindi, anche se a noi viene spontaneo mantenere un certo spazio personale, non è così normale mantenerlo di oltre un metro. Per il nostro cervello è un grande sforzo controllare in continuazione di avere la lontananza di sicurezza e aggiustare immediatamente il tiro. Quando si è stanchi, si ha fretta, oppure si è distratti da una serata di divertimento, si è rilassati dalla musica o concentrati in un gioco, potrebbe essere complicato mantenere la giusta distanza. Inoltre, alcuni soggetti come i bambini o gli adolescenti, avendo il cervello in via di sviluppo, potrebbero avere difficoltà a compiere questo lavoro continuo di controllo, la stessa cosa vale per persone con problemi psichiatrici o neurologici. Alcuni segnali esterni ci vengono di aiuto per fare questo continuo lavoro, non c’è ormai luogo di pubblico accesso che non abbia indicato sul pavimento o sui sedili bollini colorati, frecce e cartelli che aiutano le persone ad autoregolarsi. Gli psicologi si stanno interrogando su come fare per rendere automatico mantenere la giusta distanza, le proposte sono tra le più disparate, come utilizzare dei dispositivi tecnologici, percepire sé stessi come potenziali pericoli per gli altri, ripetersi costantemente di non accorciare le distanze. Per ora la soluzione ottimale non è ancora stata trovata, come purtroppo emerge dagli ultimi dati, per cui la non sufficiente distanza sta facendo aumentare i contagi. Quel che è certo è che viene chiesto al singolo di essere responsabile dato che non esistono, almeno per ora, delle leggi punitive che multino il mancato rispetto del distanziamento sociale richiesto.
Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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