Mentre vi scrivo siamo circa a metà del secondo lockdown, o, più precisamente, stiamo facendo i conti con le restrizioni della zona rossa. In questi giorni un alto numero di contagi e di morti porta tutti ad essere molto coscienziosi e attenti a non recare nessun tipo di disagio alle persone che frequentiamo.
Le persone sono diventate più attente e coscienziose, ma, purtroppo, anche molto ansiose. A volte, stare eccessivamente attenti ai segnali che manda il corpo fa sì che iniziamo ad avere delle “sensazioni” di stare male. Una di queste distorsioni può essere l’impressione di non sentire più gli odori, sintomo che prima della pandemia poco ci interessava. La perdita dell’olfatto infatti è uno dei sintomi di Covid-19, si può manifestare anche in assenza di altri indizi: nel caso di una improvvisa perdita dell’olfatto c’è una buona possibilità di aver contratto il virus. Sembra che ci siano due tipologie di pazienti, quelli che perdono rapidamente l’olfatto e poi rapidamente lo recuperano, mentre altri ci possono anche mettere dei mesi per tornare a sentire gli odori normalmente. Non è raro che una persone che, per un qualche motivo (a volte nessuno) teme di essere stato contagiato, provi, oltre a misurarsi la febbre in modo esagerato, a capire se il suo olfatto funziona bene oppure no, ad esempio iniziando ad annusare in casa vari odori. Nel mese di marzo 2020 tra le parole più cercate sui motori di ricerca vi erano proprio le parole “olfatto” e “anosmia” (che indica l’incapacità di sentire gli odori).
Si è portata così all’attenzione una disfunzione che in precedenza era stata sottovalutata. L’anosmia congenita, ovvero essere impossibilitati a percepire gli odori fin dalla nascita, è una condizione molto rara, la maggior parte delle persone perde questa funzione da adulta, a causa di infezioni alle vie respiratorie, traumi, incidenti oppure malattie neurovegetative. I medici sono ancora piuttosto impreparati nel trattamento di questa disfunzione, in quanto la scienza dell’olfatto è recente e le principali scoperte hanno meno di trent’anni. Di conseguenza, anche la diagnosi e la cura sono limitate anche perché la perdita dell’olfatto è sempre stata considerata secondaria rispetto ad altre questioni cliniche: se una persona ha un incidente e perde alcune sue funzioni, si penserà urgentemente a farla tornare a camminare, a parlare o a recuperare la memoria, mentre la riabilitazione dell’olfatto potrebbe essere addirittura trascurata. Quindi, ciò che un tempo era valutato come un problema minore, in seguito alla diffusione del Covid-19 sta diventando una problematica rilevante. Come si fa a capire se un paziente ha realmente perso l’olfatto improvvisamente, oppure si tratta di una sensazione legata alla preoccupazione di avere il Covid? Idealmente, si dovrebbe procedere con una fase diagnostica, basata su un colloquio e su un esame fisico riguardante le vie respiratorie. Dopo le prime valutazioni si dovrebbero eseguire dei test di valutazione olfattiva che consistono nel fare annusare al paziente una batteria di odori e poi invitarlo a rispondere a delle domande. Questi test per ora vengono fatti molto raramente, solo presso i centri specializzati, mentre a livello ambulatoriale non sono diffusi. In epoca di pandemia, dove i possibili ammalati sono tanti, non è pensabile attivare tutta questa procedura. In emergenza, le prime visite possono anche essere fatte a distanza, ed è accettabile che il paziente esegua un test olfattivo “casalingo”. Gli scienziati hanno messo a punto dei test che i pazienti potessero eseguire a casa loro, utilizzando sostanze facilmente reperibili nel loro ambiente, come spezie, prodotti di igiene personale… In varie parti del mondo sono state create delle piattaforme online gestite da gruppi di ricerca che spiegano ai pazienti quali prodotti reperire in casa, come svolgere il test e poi rispondere alle domande. Bisogna ricordare però che questi test non possono sostituire un consulto medico ma il loro scopo è raccogliere le prime informazioni in attesa che il paziente possa essere visitato.
I disturbi olfattivi in genere hanno un recupero lento ed al momento non esistono delle vere cure, anche se si possono utilizzare dei farmaci per migliorare le condizioni delle mucose nasali, ma non funzionano se ci sono dei danni ai nervi. I risultati migliori sono stati raggiunti dal training olfattivo quotidiano. Il funzionamento del training è semplice: i pazienti, seguiti da un medico o da un operatore, per un periodo che va dalle 12 settimane ai sei mesi, allenano l’olfatto con una serie di odori stabiliti, da annusare al mattino e alla sera, tutti i giorni. È importante la costanza dell’allenamento, proprio come quando si fa fisioterapia. Gli studi condotti fino ad ora sono incoraggianti perché riscontrano un recupero dell’olfatto, anche se non si è ancora capito per quale meccanismo fisiologico avvenga.
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