Le calamità naturali, ultimamente, sembrano essere sempre più frequenti. Fatti come quelli di Ischia e Livorno, contribuiscono a confermare la tendenza tutta italiana alla gestione tardiva dei disastri. Una così poco saggia programmazione degli interventi si pone in netto contrasto con esigenze umanitarie e di contenimento della spesa pubblica. D’altronde gli Italiani sono conosciuti per la loro arte di arrangiarsi, quando forse sarebbe il caso di abbandonare l’ingenuità della cicala per la lungimiranza della formica.

A tal proposito un intervento preventivo di riconoscimento delle criticità, con riferimento alle aree di maggiore antropizzazione, dovrebbe essere seguito da una serie ragionata di opere precauzionali, volte alla salvaguardia della vita e del territorio, nonché al risparmio di successive spese straordinarie. D’altro canto i recenti cambiamenti climatici ci suggeriscono che tali eventi saranno sempre più frequenti: conviene quindi attivarsi il prima possibile.

Nel nostro comune la maggiore causa di vulnerabilità ambientale è sicuramente lo Stura.

Nel 1994, il torrente ha eroso gran parte della sponda sinistra, trascinando con sé una villetta e parte della “piola della Francia”, per tacere degli ingenti danni al territorio pubblico ed ai fondi agricoli privati. A distanza di 6 anni la storia si è tristemente ripetuta: a farne le spese, questa volta, è stata la debole massicciata eretta dopo i precedenti eventi, i fondi agricoli rimasti e circa 200 metri di strada, provocando uno spettacolo degno di un film post-apocalittico. Successivamente furono ripristinate le vie di comunicazione, il massiccio spondale e aggiunti sei “pennelli” frangiflutti per assorbire e placare la spinta idrica (NdA alcuni costruiti con pietre e malte aggreganti fragili senza alcun apporto duttile in acciaio, fondamentale per assorbire le deformazioni cicliche delle onde).

La situazione attuale, dopo la scorsa piena, è rimasta pressoché identica a quella della fine degli anni ’90 e potrebbe portare alle stesse conclusioni. L’alveo, infatti, è attualmente ostruito da alberi e detriti, che hanno provocato lo spostamento del letto del fiume sul lato abitato di Borgata Francia. I massicci artificiali, dove non sono collassati a causa di piene passate, sono ormai resi inutili da depositi alluvionali accumulati ai lati, che ne hanno ridotto, o addirittura annullato, il fronte laterale di impatto idrico.

Si è, all’inizio, accennato alla recente tragedia di Livorno, nella quale il Rio Maggiore è straripato a causa del fenomeno di “tombamento”, cioè di copertura con materiali solidi del letto di un fiume. La situazione casellese sembrerebbe essere analoga a causa dei detriti di cui si è parlato, che impediscono il deflusso delle acque.

Appare necessario, quindi, programmare un intervento urgente di pulitura dell’alveo, eventualmente facilitato dalla concessione della facoltà ai privati di effettuare operazioni di disboscamento all’interno dello stesso. In secondo luogo, sarà opportuno intervenire con opere di dragatura e di ripristino razionale delle sponde e dei frangiflutti. Una simile operazione non necessita di elaborati piani di Risk Management, bensì di interesse e consapevolezza collettivi, volti a sollecitare i lavori necessari. Ci si augura che questo articolo smuova le coscienze dei casellesi e che spinga l’Amministrazione comunale a farsi portavoce della cittadinanza, sollecitando l’intervento della Regione.

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