Ma davvero sono già passati vent’anni dall’inizio del nuovo secolo? Dev’esserci sicuramente un errore e urge un ricalcolo visto che non abbiamo ancora finito di fare i conti con il fine secolo del ‘900: Piazza Fontana, Ustica, la strage alla stazione di Bologna, la morte di Moro, lo Stato e la mafia…

Noi più d’un’idea ce la siamo fatta: le cose, all’epoca – politicamente intendo – non potevano, né dovevano andare in altra maniera e qualcuno, più d’un qualcuno, ha apportato sapidi correttivi perché un Paese così tanto destabilizzato continuasse a vivere sotto certe egide ed influenze. Ma continua a mancare la certificazione e l’attestazione. Anche se è palese che non esista altra realtà, continuiamo ad attendere invano ammissioni definitive.

E intanto siamo qui, affacciati ad un nuovo decennio che si vuole ruggente al pari di ciò che avvenne cent’anni fa.

Francamente non so proprio che dire, se non sperare che davvero la storia non si ripeta, visto che negli Anni ’20 del secolo scorso si manifestarono i prodromi di ciò che ci avrebbe portati verso l’abisso della seconda guerra mondiale.

Sapere che in Italia e in tanta Europa ci sono di nuovo e troppi pericolosi rigurgiti fascisti, razzisti e antisemiti deve ben più che preoccuparci.

Forse però la cosa che mi preoccupa maggiormente, e qui mi ricollego con lo stupore iniziale legato al fatto che siano già trascorsi vent’anni dal fatidico 2000, è scoprirmi spaventato da questo tempo che non ha più tempo, di come sappia sfuggirmi con una velocità esagerata. Credo che la cosa sia unanime, ed è comune sentire la sensazione di non riuscire a stare al passo, compressi da forze centrifughe e centripete. Con un terribile straniamento: siamo addosso ad ogni cosa e al contempo lontani da tutto.

Certo che la misurazione del tempo è sempre la stessa: siamo noi a farlo correre, immersi in un turbine ingovernabile e incomprensibile, che ci porta via in un lampo.

Mi preoccupa l’orizzontalità di questi anni così veloci che paiono avere come unico spazio  la superficie, senza modo per la  verticalità dell’analisi, della riflessione, della conoscenza profonda.

La sensazione di tutto questo pieno, di questa bulimia tesa a sovrastarci e saziarci sempre e comunque,  è che solo apparentemente ci sazia. È la filosofia del cibo spazzatura: ci appaga avvelenandoci.

La fittizia e falsa possibilità di arrivare subito a tutto è inebriante, ma è fatua. Alla fine lascia smarriti e vuoti.

Occorre modificare, reimpostare, se gradite, resettare il nostro punto di vista legato al futuro.

Se proviamo a pensare a come vivevamo vent’anni fa, quando ci era sconosciuta la più parte dei social e della rete, quando i telefoni erano ancora tali e i tablet erano ancora di là da venire, potremmo, capovolgendo il pensiero, cominciare a cogitare, come ci invita Baricco nel suo “The game”, che siamo  protagonisti, i primi, di una rivoluzione che ci ha travolto, che ha proposto alle nostre vite una torsione inimmaginabile, che ci pone davanti ad un bivio: avversarla oppure provare a domare questa realtà aumentata che  può donarci non solo imprevisti, ma anche opportunità tutte da scoprire.

Non resta che andare ad abitare questa rivoluzione, esserne protagonisti.

La sfida dei nuovi Anni Venti probabilmente è questa: smettere di essere spettatori, per riprenderci il tempo e costruire nuove mappe mentali. Solo così potremmo tentare di uscire dalle sacche di superficialità che  ci stanno condannando a ricollegarci col peggio del Novecento.

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