L’anno 2020 sarà ricordato in tutto il mondo, nei secoli dei secoli, come l’anno che ha vissuto la pandemia del coronavirus o Covid-19, che dir si voglia.
Una vera e propria sciagura sia per il numero dei morti sia per la drammatica situazione di dover cercare di bloccare l’avanzata di questo terribile e sconosciuto virus a forma di corona che provoca una polmonite virale da far tremare i polsi, specie a quelli degli anziani. Oltretutto con devastanti effetti sulla vita sociale e sulla salute delle persone che vengono colpite.

Una pandemia, così l’ha definita l’Organizzazione Mondiale della Sanità, vale a dire che si tratta di un’autentica pestilenza per i nostri spazi esistenziali. Un momento buio per il mondo.

Dopo la Cina, il posto nella quale pare sia originato e cresciuto il virus, e lì in questo enorme Stato ha trovato ben 1,32 miliardi di persone soggette al pericolo di contagio, una catastrofe che i Cinesi hanno saputo evitare; è toccato poi a noi, Italia, il conoscere da vicino il coronavirus, e poi dopo l’Europa, gli Stati Uniti, e poi, e poi il mondo intero.

Siamo stati primi, dopo la Cina, a conoscere da vicino, da molto da vicino, questo virus, e per questo essere fonte di contagio.
Tutto quanto fa Italia: gente, navi e aerei, treni e Tir ecc. era ed è fonte di contagio per gli altri, e quindi… invisi e scansati da tutti i Paesi vicini e lontani. Una figura di appestati, roba da epoca dei Promessi sposi.

Noi però da questo osservatorio locale qui ci limitiamo ad alcune considerazioni sul nostro Paese, sulla mazzata tremenda che l’ha tramortito. Non è questa un’esagerazione perché si ha forte l’impressione che in questo momento più che di non riuscire a forgiare il futuro, si debba assistere spasmodicamente all’allungare del presente.

Le nostre cifre, quelle del bollettino giornaliero della Protezione Civile, sono sempre scoraggianti, girano nei mass media in maniera ossessiva, anche perché ogni giorno presentano crescite esponenziali; il numero dei contagiati, dei morti e dei guariti sono sempre in vista; però oggi, prima decade di aprile, dopo l’ultimo severo blocco del Governo i dati lasciano intravedere segni di cedimento: pare che l’epidemia vacilli.

Si sa, tutto passa, e anche sta brutta storia un giorno finirà. Passerà con pochi fremiti, senza guizzi, lasciando il senso delle cose perdute. Ma troverà un’Italia, e in parte anche l’Europa, minata nelle sue fondamenta da una crisi economica pari ad un dopoguerra. Il tutto ammantato da un ingrigimento e da una  presa di coscienza  sulla fragilità  del nostro mondo, quello che vive nel terzo millennio.

Televisione e giornali, governo e partiti informano giorno e notte il pubblico con un vociare non sempre chiaro, confuso, a più voci e urlate. Un marzo con strade e piazze di tutta Italia, ovviamente compresa Caselle (tra l’altro toccata da molto vicino), vuote, tutto chiuso, serrande abbassate, meno l’essenziale. Niente scuole, niente sport, niente funerali, niente passeggiate, tutti a casa. Borse giù e spread su. La socialità così si spegne.

Misure necessarie certo, per uscire da questa infezione, ma la desertificazione di questo vivere dà il senso di lande sperdute, di un gigantesco acquario, di un grande vuoto, di grandi silenzi. E poi c’è un’Italia che dal nord al sud è in un continuo andar per farmacie per cercare le mascherine, averne una è il sogno di ogni italiano. Non c’è dubbio, il coronavirus ci ha portato la tempesta perfetta.

Tempesta che gli ospedali, specie del Nord, vivono il giorno e la notte, senza sosta fino allo sfinimento, perché medici e infermieri lottano per salvare più vite umane possibili. Se questo trend non accenna a diminuire c’è il terrore di lasciar morire dei contagiati gravi per carenza di posti letto in terapia intensiva. Per questo dobbiamo cercare tutti i modi per non farci contagiare, come stare in casa e lavandoci bene le mani più volte al giorno.

L’abbandono delle certezze e l’incognita del futuro non giustificano accaparramenti di merce di nessun genere, non giustificano paure che rasentano l’isteria (di coronavirus si guarisce), non giustificano estraniazioni: occorre essere molto prudenti, ma presenti.

Dobbiamo stare tutti casa per salvarci, è l’imperativo che corre giustamente, ma a volte uno sente il bisogno di aria, di aria fresca e pulita, di sentire il vento sul viso che prende in prestito il rumore e il profumo del mare. Ma stiamo lì lo stesso in casa; quel giorno di certo verrà…

Ormai siamo in aprile, è primavera e la Pasqua è già con noi, l’aspettiamo con emozione antica. Già se ne sente il profumo, ne seguiamo i colori, i fili verdi, la luce. La speranza è che tutti noi e le nostre famiglie possiamo trascorrerla nella pace, senza paure e angosce, in serenità, senza corone e senza virus, per ritornare come prima, più di prima.

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Elis Calegari
Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre ( quando si dice il caso…) del 1952. Ha contribuito a fondare Cose Nostre, firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato anche collaboratore di presdtigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis”, seguendo per più di un decennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”. Attualmente è anche direttore responsabile di “0/15 Tennis Magazine”.

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