Eccoci allora giunti al cospetto di questo temuto e più volte evocato Settembre.

Se saranno nuove e terribili forche caudine, o se riusciremo a sfangarla ancora una volta, e a che prezzo, dio solo lo sa.

La bolla estiva è stata una sorta di antidepressivo,  di anestetico, un aiuto che qualcuno ha richiesto per la voglia di dimenticare: di riprendere tutto quanto com’era prima, “di rifare tutto ciò che non c’era, in una piazza piena, per fare tutto quello che non si poteva”, come del resto  ci ha suggerito a piene mani il ben noto pamphlet filosofico “Karaoke e guantanamera”, leitmotiv e guida di questa stramba estate.

Peccato che qualcuno l’abbia presa troppo alla lettera e alla leggera questa guida e che la Vita Smeralda abbia elargito copiosamente nuovi contagi,  vedendo nuovamente salire il numero di infetti. Pure di prostatite, come se già non bastasse tutto il resto.

Ad essere onesti fino in fondo, il desiderio di azzerare tutto e tutti, ognuno di noi l’aveva dentro: lasciarsi questo periodo orrendo alle spalle, massì andare di nuovo liberi… Anche se in un angolo più o meno remoto qualcosa che ti frenava lo trovavi sempre. D’accordo col Ferrer di manzoniana memoria : “Adelante, ma con juicio…”

E a onor del vero la più parte degli italiani di giudizio ce ne ha messo. Intanto, anche per obbligo più che per scelta, gli Italiani hanno riscoperto quanto sia bella, vasta e varia l’Italia, quanto sappia offrire questo nostro bislacco Paese.

Nel mio piccolo ho disdegnato – più per fifa che per paura…- le affollate località di mare, attratto da luoghi tentacolari quali il Molise e la Basilicata, dove il Covid stava a zero. Un settimanuccia sola sola di possibilità ci ha però condotto a più miti consigli e abbiamo dovuto accorciare il viaggio virando su un pezzo d’Italia centrale.

La prima parte era dedicata al parco dei Monti Sibillini e dei Monti della Laga. Un imprevisto ci ha portato invece a inoltrarci nel dolore più acuto, vedendo  il dissesto perenne di Arquata del Tronto, ciò che non è più di Accumoli,   o Amatrice, una sorta di Hiroshima italiana: anche avendolo visto in video migliaia e migliaia di volte, dal vivo è inimmaginabile ciò che il terremoto di quattro e di tre anni fa ha prodotto. Neppure un intervento divino potrebbe riuscire anche solo in una parziale ricostruzione.  La gente è mirabile: la vita continua a scorrere, pulsa in quel deserto di macerie. I volti sono ancora provati, rigati dalla tragedia, ma c’è voglia di riconquistare ciò che gli han tolto. Ma come, anche qui, solo dio lo sa. Perché per quanto gli uomini sappiano e possano, nulla, proprio nulla tornerà come prima.

L’Aquila che lasciammo nel 2006 come frizzante città universitaria, tre anni dopo venne anch’essa sconvolta da un sisma. È vero che  da allora sono trascorsi undici anni e solo ora il centro storico torna davvero a vivere, ma si ha davvero presente che cosa vuol dire provare a ricostruire uno qualsiasi dei nostri borghi medievali squarciato da scosse sussultorie e ondulatorie? È un’impresa titanica, davvero sovrumana, quasi quanto reincollare insieme i 300.000 – dicesi trecentomila particelle lacero contuse …- della Basilica Maggiore di Assisi, vittima anch’essa di un terremoto precedente, e riportare all’onore del mondo una delle volte più spettacolari dell’intero pianeta.

Ecco, dopo aver visitato un pezzetto di buona Italia nasce in me un dubbio e una curiosità morbosa: ma noi Italiani chi siamo? Siamo quelli che sanno resuscitare sempre dalle tragedie, quelli che riescono a costruire in soli due anni un ponte monumentale come quello di Genova o siamo quelli dell’eterna Salerno – Reggio Calabria, quelli con lo Stato dentro la mafia e non viceversa? Siamo quelli legati al genio assoluto che Roma antica e il Rinascimento hanno regalato al mondo, o quelli di Scampia e del Corviale romano, quelli che  donano il vero volto di “Gomorra”?

Nell’immaginario che gli stranieri hanno di noi, se celebrano la versione più alta della moda, la classe inarrivabile dei nostri eleganti manufatti, se continuano a sognare di guidare una Ferrari ( non l’edizione F1 di quest’anno…), i vestiti da Armani, continuano a giudicarci poco affidabili, ambigui.

La politica nostra non aiuta a modificare l’immagine: da troppe settimane tutto è bloccato in attesa di quattro, dico quattro elezioni regionali e di un referendum per la riduzione del numero dei parlamentari. Un tristo teatrino impera. E intanto il tempo corre. Settembre è qui e l’autunno è pronto a presentaci il conto, che potrebbe rivelarsi salato assai. Chi siamo veramente?

Se fossimo davvero quelli che  sembriamo “ all’onor delle telecamere”, in ogni terribile talk show, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Per fortuna sappiamo essere molto meglio. Ma è il caso di cominciare a dimostrarlo.

Elis Calegari

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