Spett.le Cose Nostre,

durante una passeggiata nella zona Est di Caselle, via Lavoresco, Lago Gioia, via Mappano ecc., ho notato una situazione dei canali irrigui che mi ha spinto a fare un paragone con il loro aspetto di una ventina di anni fa. Fino alla fine degli anni 90 nei canali era garantito un passaggio di acqua minimo per tutto l’anno, che ricordo veniva chiamato “cup”, forse riferito alla portata di un coppo in terracotta. Infatti, in molte chiuse era ricavato un foro che non permetteva la chiusura totale dell’acqua anche durante le irrigazioni. Questo passaggio costante di acqua aveva una serie di utilità, alcune delle quali probabilmente superate, ma altre ancora valide ed ecologicamente importanti. Certamente oggi sarebbe troppo costoso fare una manutenzione come avveniva fino agli anni 70. Allora le sponde dei canali grandi, “le bealere”, erano fatte di pietre sistemate a mano dette “masere”, con turni obbligatori, detti “roide”, da parte di tutti i proprietari terrieri che utilizzavano il canale in manutenzione. Questi turni erano calcolati in base alle “giornate” di terreno in possesso, con presenza fisica oppure pagando, se la famiglia non aveva uomini disponibili per il servizio. Il tutto era coordinato dal “biarlè”, che era il funzionario del Consorzio Riva Sinistra della Stura. Questa persona aveva il compito, d’estate, di curare una equa distribuzione dell’acqua d’irrigazione, cercando di evitare liti e soprusi, mentre d’inverno di occuparsi delle manutenzioni. Questo vale ancora adesso, con le manutenzioni che ora sono fatte con macchine operatrici (e si vede). Questi lavori garantivano una portata di acqua costante non solo per l’irrigazione, ma anche alle ruote idrauliche che fornivano l’energia alle varie attività presenti lungo le bealere. Inoltre, la disponibilità delle bealere garantiva lo scarico dell’acqua in eccesso durante i nubifragi e le alluvioni, dette “burie”; in quelle emergenze il biarlè aveva il compito di chiudere le paratie e fermare l’afflusso dell’acqua della Stura in piena per evitare un peggioramento della situazione. Ma tornando ai miei ricordi e al “cup”, quella piccola quantità di acqua sempre presente era di grande aiuto alle persone che abitavano nei pressi dei canali per: abbeverare il bestiame (oggi non sarebbe più permesso), lavare i panni, creare con piccole deviazioni locali rinfrescati, detti “tuminere”, per la conservazione dei formaggi; infine, avere la garanzia della presenza di acqua quando scoppiavano incendi. Queste funzioni hanno perso parte della loro importanza, perché nel 1995 il Comune potenziò l’acquedotto e portò l’acqua potabile in quelle zone (non molto prima dell’Africa), mentre l’energia elettrica era arrivata nel 1961. Però la mancanza dell’acqua nei fossi e nei canali non permette più un costante ricarico delle falde. Viene inoltre meno lo sviluppo di quella flora acquatica, di un verde brillante, che copriva il fondo delle bealere e che in primavera si copriva di fiorellini di vari colori. Non c’è più quella microfauna acquatica composta da piccoli pesciolini, rane, raganelle, lamprede, sanguisughe, gamberi e “portafas”, che erano animaletti usati come esche per pescare tinche e anguille, che talvolta si vedevano passare e sovente finivano sulla tavola dei Casellesi.

In conclusione, chiedo a Cose Nostre se mi può spiegare cos’è accaduto con l’arrivo del secondo millennio, se siamo diventati più disinteressati e incompetenti, o se abbiamo scelto di rovinare un patrimonio tecnico ed ecologico che si era sviluppato e conservato nei secoli grazie al buon senso e al lavoro di generazioni di Casellesi.                                                                                                                                                                                                                                         Dario Pidello

Bealera al Lavoresco, al confine con San Maurizio

Il punto di vista di un agricoltore

Ringrazio Cose Nostre per avermi dato la possibilità di leggere in anteprima le considerazioni di Dario Pidello sulla situazione della rete irrigua che distribuisce l’acqua alle nostre campagne. Sicuramente quanto il geometra Pidello racconta relativamente a come veniva una volta gestito il sistema di irrigazione, rispetto a come lo è adesso, lo ritengo molto realistico e preciso. L’unica considerazione sopravvenutami è che fortunatamente nei canali verso sud-est , in particolare quello della Goretta, grazie ad alcune sorgenti che mantengono un rigagnolo (cup) perenne vi è garanzia di vita per alcune vegetazioni, ma soprattutto per alcune specie ittiche e volatili che pescano nei canali come le anatre selvatiche.

Con stima                                                                                                     

Giovanni Verderone

 

Il Consorzio Riva Sinistra Stura così risponde …

Il Consorzio Riva Sinistra Stura è un consorzio irriguo di 1° grado, con sede in Ciriè, Esso nacque nella seconda metà dell’800 (l’atto costitutivo del Consorzio è del 6 aprile 1872) per gestire in maniera ottimale le derivazioni d’acqua dal fiume Stura, sia per la produzione idroelettrica che per le esigenze di irrigazione in un ampio territorio, esteso su 7000 ettari, che parte da Balangero e arriva fino a Borgaro, sulla sponda sinistra del corso d’acqua. Sono soci del Consorzio, unitamente alle utenze idroelettriche e industriali utilizzatrici delle acque consortili, i Comuni di Balangero, Mathi, Villanova, Grosso, Nole, Ciriè, San Maurizio, Caselle e Borgaro.

Abbiamo interpellato telefonicamente il Consorzio, sul tema posto dal geometra Pidello, raccogliendo le seguenti risposte formulate dall’Area Tecnica dell’Ente.

La presenza di acqua nei canali gestiti dal Consorzio è assicurata anche nel periodo invernale, quando non c’è irrigazione per le colture. L’acqua viene tolta solo nelle settimane programmate di “asciutta”, calendarizzate per poter eseguire le manutenzioni annuali. La portata di acqua circolante nel periodo invernale non è ovviamente costante, ma è quella che deriva dallo scolo delle derivazioni di monte: è legata quindi alla stagionalità, e principalmente all’andamento delle precipitazioni.

Quindi, nei canali principali, o bealere, presenti nel territorio di Caselle (quali il Canale dei Mulini, il canale Sinibaldi, la Goretta, il canale di Strada Leinì) l’acqua è normalmente visibile anche nei periodi non irrigui.

Il discorso è diverso per la rete di fossi secondari, ove l’acqua viene immessa, tramite la rete dei canali principali, solo nel periodo irriguo. Questa rete secondaria nei periodi non irrigui è lasciata asciutta, anche perché non ci sarebbe portata disponibile a monte, dalla Stura, anche per via del calo delle precipitazioni verificatosi negli ultimi decenni. Calo delle precipitazioni, che per contro ha visto invece un aumento dei fenomeni atmosferici estremi. E proprio nel caso di precipitazioni violente, la rete secondaria di fossi, tenuti asciutti, assume una funzione importante di drenaggio e calmierazione. Si sono invece perse, in quanto anacronistiche, altre utilità che erano una volta garantite dal “cup” (nome che deriva dal coppo piemontese), quali l’abbeveramento del bestiame o il lavaggio dei panni.

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