Capisco che affrontare certi discorsi in tempi come questi non sia proprio facile ( ogni settimana cambia la prospettiva di vita per la successiva e sempre più persone, al di là della salute, stanno imboccando la tragica strada del dramma economico), ma provo comunque a proporvi due prospettive alternative per affrontare, capire, vivere ( per quanto ci sia possibile) la difficile realtà impostaci dalla pandemia di Covid-19.

Le parole di riferimento, in questo caso, saranno convivenza e riconversione

Convivenza

Gli storici distinguono due momenti conclusivi per le pandemie: la fine sanitaria, quando crollano l’incidenza e la mortalità, e quella sociale, quando sparisce la paura dovuta alla malattia.

Oggi, chiedersi ‘quando finirà tutto questo’ significa essenzialmente domandarsi quando arriverà la conclusione sociale”, spiega il dottor Jeremy Greene, storico della medicina dell’università Johns Hopkins, in un articolo sulla rivista Internazionale. In altre parole, può accadere che la fine non arrivi perché l’epidemia è scomparsa, ma perché la popolazione si è stancata di vivere nel panico e ha imparato a convivere con la malattia.

Allan Brandt, storico di Harvard, è convinto che questo meccanismo si stia riproponendo a proposito del Covid-19. 

Qui non si discute se l’epidemia sia più o meno letale o, estremizzando, che non esista, il tema è la percezione che della stessa abbiamo. Durante l’epidemia di Ebola, in Africa, molte furono le reazioni irrazionali di cittadini europei che , di fronte alla presenza di persone di colore, alimentarono illogicamente il timore di infezione. In realtà Ebola non arrivò mai in Europa, ma la paura indotta la rese virtualmente presente. La paura alimenta i mostri.

Come pare, dagli studi più recenti, il Covid-19 rimarrà tra noi per diversi tempi, come tante altre malattie infettive e difficilmente potrà essere azzerato. Come fare? 

Accettarne la presenza, conoscerlo, prevenirne la contagiosità e condividere con esso la nostra esistenza, come da anni abbiamo fatto con le influenze virali, la meningite o lo stesso HIV.

A scuola abbiamo studiato la peste boccaccesca del 1348 ( spaventosamente virulenta, al punto che sterminò metà della popolazione europea) e quella manzoniana del 1630, ma spesso ci dimentichiamo che tra quei due eventi, a scadenze quasi regolari di 10 anni, la peste si ripresentò, terribile, in tutto il mondo, ma gli uomini iniziarono a convivere con essa e solo più i casi eclatanti, come quella appunto dei Promessi Sposi o quella asiatica di fine Ottocento passarono agli onori della cronaca. Il potere dell’abitudine…

Riconversione

Forse il peggior limite dell’umanità è la fragilità della sua memoria storica. Spesso sbattiamo violentemente contro la realtà del presente e cerchiamo di dare risposte alle nostre ansie, paure e debolezze guardando avanti, cercando risposte per il futuro senza mai volgere lo sguardo al passato a ciò che, oggi diremmo, rappresenta il nostro background, le nostre esperienze pregresse.

Il Covid-19 è arrivato tra noi con la forza di uno schiaffo doloroso quanto imprevisto e proprio per questo motivo è risultato fortemente destabilizzante per una società, come la nostra, cristallizzata, se non beatamente adagiata in apparenti certezze, consacrate abitudini, quotidianità inalienabili.

Tipiche della nostra era?

Mica tanto, se volgiamo lo sguardo al nostro più o meno recente passato.

Il mondo che fu stravolto dalla peste bubbonica trecentesca era ben consolidato in meccanismi socio-economici che da almeno un paio di secoli dettavano tempi e modi del sociale ad ogni livello, dalle corti alle più sperdute campagne. Eppure la peste arrivò e travolse tutto e tutti, senza scampo. La manodopera, numerosa e a buon mercato di prima scomparve e i rapporti di forza contrattuale tra manovalanza e imprenditoria dovettero obbligatoriamente cambiare, a netto vantaggio dei primi, ricercatissimi sul mercato. Così come il mondo della tessitura, da tempo immemore orientato verso la seta e i tessuti preziosi che vide ridursi drasticamente la clientela d’élite a scapito di una nascente e dinamica clientela medio-bassa. Che cosa accadde? Che chi colse la necessità della riconversione economica, come i produttori inglesi che svilupparono il mercato dei tessuti poveri, come il feltro, si arricchirono, rivitalizzando produzione e commercio, mentre i mercanti italiani, fermi ad un mondo che non c’era più , entrarono in una spirale di crisi che li travolse per secoli.

Sapete da cosa nasce la ‘moderna’ ed efficiente agricoltura lombarda? Dalla peste, ancora lei, quella del 1630 che nell’arco di pochi anni quasi azzerò l’economia agricola della Lombardia riportandola praticamente al livello di sussistenza. Eppure, relativamente in poco tempo, una drastica riconversione delle aziende agricole e dei contratti di affitto trasformarono quelle terre in un ricco e produttivo bacino agroalimentare.

Ma anche la guerra è fonte di cambiamento e riconversione. Enorme fu il processo di trasformazione industriale al termine della Grande Guerra che, ovviamente, travolse le aziende che faticarono ad adeguare la loro produttività alle nuove esigenze di mercato, così come accadde a molte realtà europee ed americane agli inizi degli Anni Novanta di fronte all’imprevista conclusione della Guerra Fredda. Aziende e mercati dei settori militari dovettero ritagliarsi nuovi spazi, con nuove idee, in un mondo improvvisamente pacificato, inopinatamente privo di tensioni, di ipotetici conflitti. Non fu facile, ma per sopravvivere dovettero cambiare.

Ecco, credo che, involontariamente, la recente pandemia ci stia mandando precisi segnali: chi si ferma è perduto, chi auspica un ritorno ad una ‘normalità ‘ passata non ha futuro. 

Nel bene o nel male stiamo già calcando terre nuove, con nuovi orizzonti. Che si debelli il virus o si impari a conviverci, in ogni caso il mondo non sarà più lo stesso e sta a noi ridisegnarlo, a nostro uso e consumo.

Oggi, per esempio, scopriamo con disperata angoscia, che molte attività commerciali sono costrette alla chiusura e additiamo l’epidemia e le restrizioni di contenimento del contagio come cause principali del dramma economico. Forse è così, ma non possiamo dimenticare come da anni, indiscutibilmente, in tutte le città d’Italia il settore del dettaglio vive una crisi irreversibile; decine e decine, solo nella nostra cittadina i negozi sfitti, le attività aperte per pochi mesi e poi chiuse… ben prima del Covid-19.

Il virus, forse, ci sta solo dicendo che un certo mondo è finito, che l’economia del consumo fine se stesso ha segnato il passo, che la Terra ci chiede un razionale adeguamento tra necessità e desiderio, tra essenzialità e superfluo. Ricondizionare l’idea stessa di lavoro, di occupazione, di ripartizione delle risorse e dei beni. 

Forse lo stavamo già pensando… il virus, a modo suo, ci sta dicendo di fare un po’ più in fretta.

 

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