Leggo sul numero di aprile di Cose Nostre le pagine che danno voce, come ogni mese, alle forze politiche casellesi.

Tra maggioranza e opposizioni è un bel duello di ordinaria quotidianità: tra emergenza COVID, riqualificazione del centro, le buche stradali da tappare, interpellanze disattese, parcheggi abusivi e vecchie stazioni abbandonate…

Tutto onorevolissimo e, perché no, condivisibile.

Leggo, rileggo e con un sospiro capisco perché mi sento invadere da una neppur tanto strisciante tristezza: tra tutte quelle righe, come da sempre in questi ultimi anni, manca, inesorabilmente, la solita parola…prospettiva.

Chiarisce il vocabolario Treccani: Prospettiva – Previsione di probabili eventi futuri… possibilità di vita e azione futura.

Già, proprio quella stramaledetta capacità di guardare al domani con un’ottica di largo respiro, con la lungimiranza politica di chi sa che tappare le buche o riqualificare un edificio è ordinaria amministrazione, gestione del quotidiano, che non può essere confusa, mai, con l’onere inderogabile di chi intraprende, volontariamente, la difficile strada della politica: guardare al domani con prospettive almeno ventennali, con la mente rivolta a generazioni non ancora nate.

Questa è la Res Publica che ci aspettiamo da chi vuole governare un Comune, una Regione o la Nazione.

Ma la miopia ( e ve ne parla chi ne soffre da sessant’anni…) è una gran brutta cosa, in politica, poi, è un dramma.

In Italia, però, ultimamente è di gran moda sproloquiare politicamente contro tutto e tutti senza mai proporre alcunché di alternativo ( non mi riferisco alla realtà casellese) e quindi evito di cadere nella trappola del qualunquismo proponendo, umilmente, un esempio di prospettiva politica minimale.

Caselle, da anni ormai, purtroppo, è sinonimo di città dormitorio, la classica appendice passiva di una metropoli, il rifugio senza identità di chi trascorre gran parte della propria giornata in attività lavorative lontane dalla propria abitazione.

Mediamente ci si alza alle sei di mattina, si spende almeno un’ora di viaggio per raggiungere il posto di lavoro da cui si riparte verso le diciassette per uno stanco ritorno a casa per l’ora di cena… Si compra la spesa in un centro commerciale lungo la strada, si passa all’asilo o dai nonni a ritirare i figli e… buonanotte.

Forse esagero, ma per esperienze personali pregresse non credo di discostarmi troppo dal descrivere una realtà diffusa.

Ebbene, il dramma del Covid, tra le sue pesanti problematicità, ci sta svelando scenari innovativi ( sempre che non si voglia credere alla favoletta del torneremo alla vita di prima ) e tra questi lo smart working, il lavoro a distanza, la possibilità di evitare lo stressante e antieconomico trasferimento sul posto di lavoro per una più agevole e funzionale attività in remoto.

In verità scopriamo che da anni, ormai, in molti paesi europei non è più una prospettiva, ma una consolidata realtà.

Rendersene conto è già qualcosa e, comunque, meglio tardi che mai…

In un mondo lavorativo sempre più terziario e tecnologico, sono tantissimi coloro che possono svolgere egregiamente la propria attività a distanza con innegabili ricadute positive: flessibilità di orario, gestione del proprio tempo, contrazione delle spese di viaggio e vitto, riduzione dello stress, maggiore presenza nel contesto familiare.

In Danimarca, Svezia, Inghilterra è ormai la normalità e i benefici economici, sociali e ambientali sono evidenti.

E in Italia?

Vi sembrerà strano, ma da tempo proliferano progetti innovativi.

Soprattutto piccole realtà urbane si stanno attivando per offrire opportunità a chi ha la possibilità di utilizzare lo smart working, persino in ottica turistica, prospettando periodi di residenza tra lavoro e vacanza.

Architetti famosi come Tiziano Boeri ci dicono che “Capire che oggi ci sono le condizioni per ripensare a una risorsa dimenticata: i borghi, i piccoli centri di cui è costellato il territorio italiano, le aree interne. Ritrovare il sistema dei borghi di pari passo con il cambiamento del rapporto tra residenzialità e spazi di lavoro». Assistiamo, forse, «al collasso nella struttura di città ottocentesca europea che nasceva sulla condensazione dei flussi e dei corpi. Oggi la tendenza è alla diluizione delle relazioni umane». È possibile, allora, pensare «a un patto, un’alleanza, un contratto di reciprocità tra città e sistema di borghi, per cui chi progetta di spostare la vita in un luogo diverso dalla città abbia la garanzia di essere all’interno di un circuito di economia circolare sull’agricoltura, la forestazione, il lavoro artigianale e il lavoro intellettuale legato alla grande città». Una ricostruzione, quindi, «che guardi a una dimensione autentica e non identica»”.

E quindi? Perché non ripensare Caselle in un’ottica di lavoro decentrato? Perché non progettare un contesto più a misura d’uomo e soprattutto di famiglie?

Di spazi comuni condivisibili, di servizi mirati come materne e asili nido più flessibili, anche solo ad ore per chi, lavorando da casa, possa gestire meglio il rapporto con i figli.

Parchi giochi, piste ciclabili, aree interattive per genitori e figli, Wi-Fi libero e gratuito, edifici recuperati al degrado e dedicati al telelavoro.

Sostenere attività sportive e culturali che sarebbero sicuramente più fruibili per chi decidesse di scegliere Caselle come riferimento urbano per il proprio smartworking, una realtà relativamente vicina alla città, servita dalla ferrovia e soprattutto dall’aeroporto, ma immersa in un contesto sicuramente più naturalistico e sostenibile della metropoli.

Favorire un commercio al dettaglio mirato a soddisfare le esigenze di chi non si sentirebbe più obbligato alla veloce spesa in un supermercato, ma tornerebbe ad apprezzare, perché il tempo glielo concede, l’acquisto di settore e, quindi, di qualità.

Il Covid, volenti o nolenti, ci sta insegnando che dobbiamo, obbligatoriamente, cambiare i parametri di un’esistenza consumistica fine a se stessa e profondamente dannosa soprattutto in un’ottica sociale e ambientale.

Tappare le buche e dare una nuova veste alla vecchia stazione è un dovere imprescindibile, ma porre le basi per un futuro credibile ai nostri figli e nipoti è un obbligo morale a cui non possiamo sottrarci con la politica del miope.

Diceva un signore pacioso, amante dei sigari e del buon whisky…mi pare di nome facesse Winston… sì, Winston Churchill…

“Il politico diventa uomo di stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni”.

Ps:

Ricordo sommessamente che non occorrono menti eccelse o specialisti di settore per entrare nel merito della questione proposta. Il sottoscritto ha semplicemente digitato su Google poche parole chiave ( smartworking, borghi, progetti) e davanti ai miei occhi si è spalancato un mondo di iniziative meravigliose, particolareggiati progetti, futuri inimmaginabili…

Incredibile, vero?

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