Scusate, ma il cocktail che ultimamente sto tracannando non mi piace proprio per niente. Non è questione di gradazione alcolica, neppure del giusto equilibrio delle parti dei suoi componenti. Anzi, sono proprio questi ultimi quelli che non mi vanno giù per il gargarozzo: incomunicabilità, pregiudizi, presunzione, superficialità e soprattutto quella spruzzatina di paura che satura il tutto con quel retrogusto insopportabile.
Sarà l’età, saranno i tempi che ci sovrastano, saranno le immagini che giungono da Kabul… sarà quel che sarà, ma mai come adesso vorrei, semplicemente, una spremuta vera, semplice, genuina: rinfrescante, di solidarietà, di accettazione.
Non so se sta capitando anche a voi, ma più parlo con la gente e più mi rendo conto che il bar virtuale di questa nostra vita quotidiana sta propinando a tutti lo stesso maledetto cocktail e giorno dopo giorno ci stiamo tutti ubriacando di estremismo, in tutte le sue accezioni.
Che si parli di politica o si affrontino temi economici, che si discuta di immigrazione o ci si confronti sul senso della famiglia, che si discetti di sport o di Covid e vaccinazioni il risultato è sempre, costantemente, lo stesso: ci si arrocca nella nostra ideale fortezza, si alzano invalicabili mura pretestuose e presuntuose, e ci si schiera, integralisti, da una parte, e da lì non ci smuove più nessuno.
Sembra che un genio del male abbia cancellato dal nostro vocabolario verbi come ‘discutere’, ‘ascoltare’, ‘dialogare’, ‘valutare’ e, soprattutto, ‘confrontarsi’. In particolare, quella mente perversa di genio, ha abolito la possibilità di ‘ricredersi’, di ‘accettare l’opinione altrui’, di ‘mediare’ e di ‘riflettere’.
Sinceramente mi sembra di aver vissuto tempi diversi e bevuto cocktail diversi nel corso della mia esistenza. Ho trascorso epoche dove le divisioni erano nettissime, viscerali, profondamente ideologiche; dove il stare di di qui o di là era il minimo sindacale. Mi hanno persino preceduto tempi dove l’Italia si spaccava sul nome di due ciclisti, eppure non si era integralisti nei rapporti umani. Uno dei più veri amici della mia giovinezza era politicamente agli antipodi con le mie idee e granata, sino al midollo, nel calcio, eppure quante cose abbiamo condiviso, quanto profondamente ci siamo confrontati nelle nostre diversità, quanto ci siamo stimati, pur odiandoci nei derby.
Oggi, invece, tutto è nettamente diviso tra ‘qui e là’, ‘su e giù’, ‘bianco o nero’, ‘bene e male’, e qui, quella spruzzatina di paura sì che si fa sentire.
Se fai percepire che saresti favorevole alle politiche di chi ci governa sei un imbecille patentato, se evidenzi posizioni opposte, non capisci niente.
Se credi che i flussi migratori siano il risultato di scellerate politiche ed economie occidentali sei un povero idealista incompetente, se provi ad accennare che gli immigrati sono fonte di problemi socio-economici sei immediatamente bollato come razzista.
Saranno i dibattiti televisivi o i talk show dove vince chi riesce a zittire prima l’altro imprecando e urlando, forse sarà colpa dei social dove ci si nasconde dietro ad una tastiera o peggio ancora tra account fantasiosi diventando così  tuttologi, saccenti e presuntuosi, pronti a pontificare su tutto e su tutti, ma sta di fatto che si è scatenato un perverso gioco al massacro tra novelli Montecchi e Capuleti, Orazi e Curiazi, imbecilli patentati e deficienti ad honorem.
Un po’ ci si scherza su, ma vi assicuro che quella spruzzatina di paura che aleggia non mi piace per niente…
L’ apoteosi dell’integralismo gratuito, poi, lo abbiamo raggiunto con il Covid, le cure e le vaccinazioni.
Non so chi possa condividere con me quest’ansia montante, ma vi assicuro che stiamo imboccando strade decisamente pericolose.
Al di là del fatto che siamo diventati tutti virologi, biologi, ricercatori, investigatori, etc. etc., ma questa è la parte comica della tragedia, il problema è che chi appartiene alla fazione A non è accettato dagli adepti della fazione B e osteggiato dal gruppo C e viceversa, in un intreccio perverso di ostracismi.
Ormai, semplificando, ci siamo divisi tra chi ritiene il virus una realtà preoccupante e si affida, con più o meno salda fiducia, al vaccino, chi, invece, considera il virus un problema superabile con cure disponibili ma non sempre accessibili, osteggiando i vaccini e chi, infine, non considera il virus una vera minaccia e interpreta ogni azione atta a contrastarlo (lockdown, limiti e vaccini) come veri e propri attentati alla propria integrità fisica ed etica. Sicuramente ci sono molte altre sfumature, ma in soldoni così ci troviamo e così ci osteggiamo.
Accade allora che tra amici, parenti, colleghi e conoscenti emergono le diverse posizioni e in un battibaleno si ergono le palizzate, si respinge l’assalto del ‘nemico’ e ci si rinchiude nel proprio mondo, evitando ogni confronto se si percepisce che difficilmente la parte avversa sarà disposta a cambiare opinione. Il dramma è che, di conseguenza, ci si allontana gli uni dagli altri, preferendo la zona comfort del proprio “clan” di appartenenza.
Spero vivamente che la mia sia una percezione distorta di una realtà molto meno incancrenita, ma  il mio dramma è che se prima queste sensazioni mi assalivano accendendo la televisione o smanettando sull’Ipad, ora le tocco con mano uscendo per strada…
La diversità, soprattutto delle idee, è l’essenza stessa dell’esistenza, il sale della convivenza ed io vorrei che tornasse ad essere per tutti quella ricchezza, quell’energia che ha permesso agli uomini di crescere, migliorare…evolversi.
Vorrei tornare alle rivalità vere, costruttive, quelle, insomma, che si ritrovano tra i fotogrammi in bianco e nero (toh, guarda…) delle pellicole guareschiane di Peppone e Don Camillo; quel duellare tra il diavolo e l’acqua santa, persino feroce, che poi, sempre, si traduceva in una mano tesa, un abbraccio, un aiuto reciproco e stima profonda. Come titolava anni fa La Stampa, vorrei vivere “Nella Brescello di Peppone e don Camillo, dove la politica e la fede si sfidavano con il sorriso”…
Ecco, amico barman, questa è la ricetta del mio cocktail, e ricordati la spruzzatina di aroma finale che sia di serenità e di profonda umiltà.

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