Alla fine del ‘600 il genere che in campo strumentale incontrava di più il gusto del pubblico era il concerto grosso, che vedeva l’orchestra divisa in due settori: il “concertino”, gruppetto di solisti a cui venivano affidati i passi più difficili, e il ripieno, o “tutti”, cioè l’insieme degli archi. Col procedere del nuovo secolo si cominciò a sostituire il gruppetto con uno o due esecutori, isolati, che svettavano sugli altri con moduli virtuosistici e melodici atti a caratterizzare sempre più la dialettica tra “solo” e “tutti”. Veri maghi di questo nuovo stile furono Giuseppe Torelli e Antonio Vivaldi. Altri contributi all’evoluzione del concerto furono dati dal bergamasco Pietro Locatelli e dall’istriano Giuseppe Tartini, col progressivo allontanamento dallo stile barocco verso un orizzonte più vasto, dove un unico esecutore solista (per molti decenni identificato col violinista) era il “re”.

In questo contesto Torino si posizionò come sede di una delle più importanti scuole violinistiche. Accadde che ai primi del ‘700 un giovane e brillante violinista torinese, Giovanni Battista Somis (1686-1763) si recasse a Roma per perfezionarsi alla scuola di Corelli e ne tornasse con una ricca messe di conoscenze violinistiche. In breve divenne uno dei più grandi solisti della sua epoca, al punto che durante un suo soggiorno in Francia creò quasi dal nulla la scuola violinistica francese (Jean-Marie Leclair fu suo allievo). Tornato a Torino e nominato direttore della musica di corte, fondò quella “scuola violinistica piemontese” di cui ancora oggi andiamo fieri.

Somis era uno strumentista nato, autore di oltre 150 concerti tutti caratterizzati dalla fusione dello stile francese con quello italiano, ma non è a questi che deve il suo posto nella storia, ma all’aver saputo far crescere una schiera di allievi di spicco sia in campo tecnico-virtuosistico che interpretativo-espressivo. Fra essi, Felice Giardini, bizzarro e geniale artista, celebre soprattutto a Londra, dove dicevano che avesse realizzato “una nuova disciplina e una nuova maniera di suonare”; Pietro Guignon, ammirato per lungo tempo a Parigi, nei cui teatri e salotti furoreggiò meritando il soprannome di “re dei violinisti”; Francesco Chiabrano, che raggiunse lui pure fama in Francia e restò celebre per la forza dei suoi “suoni armonici” o “armonici doppi naturali”, esecuzioni brillantissime che già presagivano lo sviluppo virtuosistico di fine secolo. Tutti torinesi DOC.

Su questa pletora di allievi svetta però Gaetano Pugnani (1727-1803), che già a dieci anni suonava nell’orchestra del Teatro Regio e che, sia come violinista che come compositore, fu fra i rappresentanti più significativi del periodo classico in Italia nella seconda metà del secolo. Esecutore fantasioso, veemente, appassionato, la sua musica da camera prediligeva uno stile pieno di teatralità, ma sapeva anche attingere all’intimismo delle scuole viennese e tedesca. Il suo sguardo verso il mondo mitteleuropeo, cioè verso la modernità, è confermato da un singolare “melologo”, vale a dire un testo da recitarsi su un copioso accompagnamento orchestrale, da lui scritto per il “Werther” di Goethe, il primo in assoluto su quel romanzo, conseguenza della “Wertherfieber” (febbre di Werther) in voga in quegli anni. E fu proprio per ascoltare Pugnani che il giovane Mozart passò da Torino nel gennaio del 1771, rimanendone impressionato.

Il Pugnani violinista, che proveniva da Somis in linea diretta, divenne a sua volta un insegnante di alto livello che fece sbocciare tutta una generazione di musicisti, tra cui Giovanni Battista Viotti, con cui può dirsi che la “scuola violinistica piemontese” abbia toccato l’apice.

Nato a Fontanetto Po (Vercelli) in un’umile famiglia dove il padre, fabbro del paese, suonava con gusto il corno da caccia, Viotti riuscì a spostarsi a Torino alla scuola di Pugnani, da cui ricevette l’importante eredità culturale nel trattamento espressivo del violino. Ben presto viaggi in Europa consolidarono la sua fama di eccelso violinista, in pratica il più grande prima di Paganini. I soggiorni a Parigi e a Londra fecero di lui una vera star. I suoi numerosi concerti per violino segnarono la storia del genere: alcuni di essi sono ancora in repertorio (tra cui il 22, assai apprezzato da Brahms) ed esibiscono un’ingente gamma di soluzioni, tutte proiettate verso il secolo nuovo. Se poi volessimo provare un brivido speciale, ci basterebbe ascoltare le sue “Variazioni in do maggiore” del 1781 – ripeto 1781 – il cui tema è nientemeno che quello della… “Marsigliese”. L’opportunista Rouget de l’Isle, a quanto pare, vi inserì sopra il suo famoso testo. Un plagio in linea col carattere di Viotti, che, incapace di gestire saggiamente i suoi guadagni e la stessa forza del suo genio, morì al n. 5 di Barckey Street a Londra, nel 1824, pressoché in miseria.

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