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La nostra storia recente è caratterizzata da alcune vicende che hanno come drammatico centro di gravità la famiglia: si tratta dei cosiddetti “crimini di prossimità”, che coinvolgono parenti stretti, spesso strettissimi. L’omicidio di uno dei genitori è forse il caso che, più di altri, si ammanta di mostruosità, poiché costituisce una delle azioni che, già nella mitologia antica, sono sempre state demonizzate; il parricidio comunque contende il primato negativo solo all’incesto.

Va comunque osservato che crimini del genere non sono solo una prerogativa del nostro tempo, ma li ritroviamo anche nei secoli passati, anzi forse con maggiore frequenza rispetto a oggi. Nel XIX secolo si parlava di parricidio e con tale definizione si indicava non solo l’omicidio del padre, ma anche della madre e dei genitori adottivi.

Molti dei crimini di questo genere erano spesso motivati da liti senza fine, originate prevalentemente per motivi economici, legati a proprietà, divisione di terreni o sfruttamento degli stessi. Fu infatti una questione di interesse all’origine del dramma che coinvolse la famiglia Ziola, contadini di Roccaciglié (mandamento di Murazzano), strutturati con un’impostazione patriarcale poco gradita a Giovanni Ziola, figlio quarantaquattrenne maldisposto ad accettare le regole familiari e in continua lite con il padre Marco, da cui ormai aveva deciso di allontanarsi andando a vivere per conto proprio. Oggetto del contendere la proprietà di una vigna in Regione Brucialepre. È proprio in quel terreno che, il 26 settembre 1843, il nonno di Giovanni, anche lui di nome Marco, fu trovato assassinato: il cadavere presentava tre ferite, prodotte presumibilmente da un falcetto o da una piccola scure, alla testa, al dito indice della mano sinistra e tra testa e collo. Quest’ultima determinante la morte della vittima.

Gli inquirenti non ebbero difficoltà a risalire a Giovanni, che ben presto venne arrestato insieme a suo figlio – anche lui di nome Marco – e entrambi trasferiti nella carceri di Mondovì. Le indagini ricostruirono gli eventi: Giovanni e il figlio si ritrovarono con l’anziano nella vigna che tante liti aveva determinato nella famiglia Ziola. I più giovani volevano impedire al nonno di raccogliere l’uva, poiché erano convinti che non ne avesse il diritto: facile immaginare come il litigio fece molto presto a degenerare con l’epilogo che conosciamo. La giustizia accertò che a colpire fu solo Giovanni, già noto tra gli abitanti della zona per essere persona “irriverente verso i propri genitori, maligno, vendicativo e collerico”…

Il 26 aprile 1844, i giudici del Tribunale di Torino, stabilirono la non colpevolezza per Marco, mentre invece riconobbero Giovanni colpevole di assassinio e lo condannarono alla pena capitale con l’esemplarità prevista dal Codice Penale all’articolo 577, cioè: “in camicia, a piedi nudi e col capo coperto di un velo nero”.

Una storia analoga è quella Andrea Bagnis, del fu Giuseppe Maria, di trentanove anni, contadino, detenuto e accusato di parricidio commesso “verso le ore nove del mattino 8 aprile 1854 nella borgata Callieri di Vinadio sulla persona della madre, Caterina Bagnis, di sessantacinque anni,  in seguito ad animosità nutrita per dissidenza d’interessi massime perché era stata nel giorno antecedente convocato davanti l’Ufficio mandamentale di Vinadio per essere condannato al pagamento di annualità arretrate di somministranze legate con testamento del rispettivo genitore e marito della stessa Caterina Bagnis”.

Infuriatosi per la decisione del tribunale, Andrea Bagnis aggredì la madre con una scure, colpendola al capo: la donna, oltre al trauma prodotto dall’arma, si causò altre ferite cadendo. L’analisi autoptica del cadavere consentì di stabilire che la donna presentava ferite nella regione parietale posteriore superiore destra, nella regione frontale sinistra, nella regione parietale sinistra: le ultime due furono determinate da corpi contundenti incontrati durante la caduta. L’insieme dei traumi fu riconosciuto come la causa della morte immediata di Caterina Bagnis. Al processo l’autore del crimine non dimostrò pentimento per l’assassinio della madre e, al cospetto dei fatti,  il Tribunale dichiarò Andrea Bagnis colpevole del reato previsto dall’articolo 569 – “omicidio volontario dei genitori o di altri ascendenti legittimi o di genitori naturali, quando questi abbiano legalmente riconosciuto il figlio uccisore, ovvero del padre o della madre adottivi, è qualificato parricidio” –  condannandolo a morte con l’esemplarità prevista dall’articolo 577 e che, come abbiamo già visto, fu adottato anche per il caso di Giovanni Ziola.

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