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“L’appartamento del delitto non si appigiona”… Questo il testo del singolare cartello posto sul portone dello stabile di via Nizza 9, nel maggio 1924, all’indomani di un processo che aveva fatto molto discutere i torinesi. In quella casa erano state uccise due donne: un brutto fatto di cronaca nera che però ebbe effettivamente una certa ricaduta sull’immaginario collettivo, visto l’interesse di molte persone desiderose di andare ad abitare dove era avvenuto un crimine.
Chissà, forse anche la cronaca nera potrebbe incidere sul già schizofrenico mercato immobiliare ?
Era il 6 dicembre 1921 e “La Stampa” riportava con numerosi dettagli il fatto di sangue di via Nizza 9: “due signorine, una di età avanzata, l’altra giovanissima, sono state ieri mattina trovate morte dalla donna di servizio, nella sala da pranzo dell’appartamento che abitano al terzo piano di via Nizza 9. da anni, infatti, la signorina Carolina Cogo, di anni 65, abitava nella casa insieme alla signorina Rita Bordoni, di ventidue anni, che diceva di essere adottata. La duplice morte improvvisa è apparsa ai vicini molto misteriosa e del fatto venne subito dato avviso all’autorità di Pubblica Sicurezza (…) Quando le autorità, attraversata l’anticamera e un salotto, penetrarono nella sala da pranzo, videro abbandonata sul sofà, che si trova addossato alla parete opposta all’entrata, la vecchia signora. La testa era appoggiata alla spalliera in un abbandono più completo del sonno; se il suo volto non fosse stato color cereo, si sarebbe potuto credere che essa dormisse, tanta era la placidità dei suoi lineamenti. La signorina Rita, invece, era distesa sul pavimento coi piedi seminacosti sotto la tavola e la testa reclinata su un braccio col quale sembrava essa avere voluto farsene guanciale per l’ultimo sonno (…) Un primo esame medicò sembrò escludere in modo assoluto che si trattasse di delitto, poiché i corpi non portavano alcuna traccia di lesioni, né di avvelenamento. A tutta prima era sorto il dubbio dell’avvelenamento, perché esaminando il viso della signora si era notato che un occhio e parte della guancia erano segnati da una macchia scura: ma si trattava invece di una di quelle macchie, più comunemente conosciute con nome di voglia. Anche la signorina aveva un segno sulla fronte, che però risultò provocato dall’uro violento che essa subì cadendo contro la stufa, ferita però che di per sé venne giudicata di poco conto.
Ma queste constatazioni non servirono a chiarire il mistero, che parve anzi addensarsi ancora di più. Per quale occulto accidente erano dunque morte le due disgraziate signorine? 

A noi che, appena corsa la voce del fatto, ci siamo recati sul posto, e che ci trovammo presenti al sopralluogo eseguito dalle autorità, nacque il dubbio, esaminando il salotto, che la causa della grave disgrazia sia da ricercarsi nelle esalazioni di acido carbonico proveniente dalla stufa. Infatti un lungo tubo di ferro attraversava da una parte all’altra tutta la stanza. Forse la chiavetta che serve per moderare, attraverso il tubo, il calore era stata girata in modo da chiudere la corrente d’aria e le perniciose esalazioni si erano sparse nella camera”.
Nella casa, oltre alla padrona e alla giovane adottata da bambina all’Ospizio dei trovatelli (che molti credevano fosse la nipote della signora Carolina Cogo, perché veniva da lei chiamata “zia”), vi era anche la servetta Margherita Palmero di diciotto anni, da due mesi al servizio della signora Cogo.
La ragazza disse che la sera prima, dopo aver servito la cena, le due donne si erano accomodate sul divano: la più anziana lavorava a maglia, mentre le più giovane leggeva ad alta voce alcune pagine di La storia di Cristo, di Giovanni Papini. Intorno alle 22,30 era andata a dormire. Nel cuore della notte fu però svegliata da un rumore che le sembrò provenire dalla camera della padrona: forse un grido. Pensando di aver sognato, si riaddormentò.
Poi, al mattino, appena sveglia si trovò al cospetto della macabra scoperta. Ecco la ricostruzione fornita dal cronista de “La Stampa”:
“La ragazza ieri mattina si svegliò alla solita ora e andò in cucina a prendere il pentolino per recarsi a comperare il latte, ma prima di uscire spinse l’uscio della sala da pranzo ed un grido di spavento e di paura le uscì dalla strozza. Aveva veduti i piedi della signorina che spuntavano sotto la tavola. Non ebbe il coraggio di soffermarsi maggiormente a guardare nella stanza, sentì oscuratamene che qualche cosa di terribile era avvenuto, qualcosa di cui essa non sapeva e non voleva rendersi ragione, e fuggì a precipizio per le scale, portando con sé, nella confusione del momento, il piccolo recipiente del latte che ciondolava al suo braccio”.

Però, paradossalmente forse, la ragazza, invece di avvertire la portinaia, prima andò a comprare il latte e poi a segnalare l’accaduto ad una cugina della sua padrona che abitava in un’altra zona.
Sicuramente, il comportamento della Palmero fu alquanto strano. Era anche molto insolito che la ragazza non avesse sentito nulla nel cuore della notte, quando avvenne il duplice omicidio.
Le indagini degli investigatori portarono alla luce che il teatro del crimine fu tutto l’alloggio, quindi evidentemente ci fu un certo trambusto, destinato a svegliare anche chi aveva il sonno particolarmente pesante.
Vi erano, inoltre, alcune tracce alquanto importanti. È ancora il giornalista de “La Stampa” a parlare: “Strane macchie – che si direbbero di sangue – ed ancora umide, sono state trovate sulle lenzuola e sulla federa di un cuscino del letto della signorina Cogo. La servetta, interrogata a proposito di quelle macchie, escluse nel modo più assoluto che vi fossero il giorno prima, quando aveva rifatto il letto”. Che relazione vi poteva essere tra quelle macchie e l’ipotesi di asfissia?

Massimo Centini

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