Incuneato nel cuore della Boemia e rifugio di stirpi teutoniche, slave ed ebraiche, nel luglio del 1860 il piccolo villaggio di Kalischt diede i natali a Gustav Mahler. La famiglia, di origine ashkenazita, era molto povera e molto numerosa. Dopo il trasferimento a Iglau, dove l’infanzia di Gustav fu funestata da ristrettezze materiali e dai lutti per la morte di parecchi fratelli, la sua predisposizione per la musica (benchè ebreo, era cantore nella locale chiesa cattolica) venne secondata dal padre Bernhard, ex suonatore di violino, e dal pianista Epstein, che riuscì a farlo entrare al Conservatorio di Vienna. Diplomatosi a soli diciotto anni iniziò subito quella carriera di direttore d’orchestra che gli avrebbe poi dato fama mondiale.

Artista umbratile, di natura problematica, e quindi dotato della giusta sensibilità per interpretare un mondo prossimo alla dissoluzione, sentiva il bisogno di esprimersi non solo attraverso le consolidate esecuzioni del repertorio sinfonico e lirico, ma anche tramite la sua personale vena compositiva. Si trasformò così in un “compositore da vacanze estive”, unico periodo dell’anno in cui poteva scrivere: sempre fra i monti, talvolta a Dobbiaco in Val Pusteria. La sua Prima Sinfonia, già così personale, conobbe una infinità di adattamenti e varianti, mentre le successive acquisirono presto la capacità di fondere gli struggenti barbagli del folklore boemo con l’oscuro pessimismo che era la parte più notevole della sua natura.

Nove Sinfonie – anzi dieci se si conta l’ultima incompiuta – segnarono un percorso drammatico oscillante fra l’ironica e amara visione dell’esistenza ed un lirismo straripante. Mahler era un melodista nato, dalla sua mente uscivano canti in continuazione: non per nulla la sua produzione abbonda anche di cicli di Lieder per voce e orchestra dove il linguaggio postromantico si gonfia come un mare.

Tanto apprezzato come direttore d’orchestra quanto osteggiato come compositore, subì critiche d’ogni genere: chi lo considerava inattuale, chi pericolosamente d’avanguardia, chi tacciava i suoi temi di banalità e sentimentalismo, chi di complessità e gigantismo; infine c’era chi lo definiva semplicemente volgare. La diatriba sul valore di Mahler si è trascinata a lungo e si può dire che solo in anni recenti si sia giunti al capolinea, cioè a considerarlo il più grande epigono della scuola classica dell’Ottocento ed insieme l’antesignano che si inoltra risoluto per le strade del Novecento.

I successi ottenuti in tutt’Europa (la sua gestione dell’Opera di Vienna divenne mitica) nonchè in America, non addolcirono una vita sostanzialmente travagliata. Pur essendo agnostico, per motivi pragmatici passò al cattolicesimo, ma sentì sempre il dolore di questo abbandono. “Sono tre volte senza patria” diceva amaramente: “un boemo fra gli austriaci, un austriaco fra i tedeschi, e un ebreo tra i popoli di tutto il mondo.” Il suo matrimonio (1902) con una donna di vent’anni più giovane, Alma Schindler, fu causa di pazze esaltazioni e di profonda infelicità; la morte di una figlia bambina, la grave malattia dell’altra, e infine il provato disamore della moglie, lo gettarono in un abisso di sconforto che fu causa non ultima dell’endocardite che lo avrebbe stroncato cinquantenne nel maggio 1911.

Ascoltare le sinfonie di Mahler è come compiere un viaggio tra paesaggi di volta in volta splendidi o bui, ostici o affabili: paesaggi, soprattutto, unici. Lui stesso lo ammetteva dicendo che “una sinfonia è tutto un mondo”. Ai lavori puramente strumentali, quali la Quinta, depositaria del celebre “Adagietto”, o la Sesta, tutta mazzate di tragedia, o la Settima, infarcita di parodistiche deformazioni, fanno riscontro le “sinfonie-oratorio” collegate a testi letterari. Fra queste, le pennellate leggere della Quarta – vera apoteosi dello spirito viennese – si contrappongono alle violenze sonore della Seconda e della Terza; ma il vertice della potenza fonica viene toccato nell’Ottava, detta a ragione “Sinfonia dei Mille”, mentre la Nona, orientata a una semplificazione dei mezzi espressivi, lascia trasparire più d’un presagio di morte (così come il ciclo di Lieder ispirato a poesie cinesi, il “Canto della Terra”, una fra le sue pagine più intimamente sentite). Queste ultime tre composizioni, scritte sul margine di un mondo in procinto di cambiare radicalmente, formano una specie di “trilogia del commiato” dove il presentimento della carneficina della prima guerra mondiale e dell’imminente crollo dell’impero asburgico incombe tragico e reale. “La mia musica sarà capita solo dopo cinquant’anni” profetizzò il compositore, e colpì nel segno.

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