Sono nato, cresciuto, e ora, sto maturando a Caselle. Per certi aspetti lo conosco bene come se fosse una giacca indossata per anni; per altri mi pare un vestito appena acquistato, che tira un po’ perché si deve ancora adattare al corpo.

Il fatto di non riconoscerlo più come un tempo può essere dovuto a due cambiamenti, uno esterno ed uno interno. Il primo, esterno, è perché i suoi abitanti sono aumentati come numero e diventati più eterogenei. Il secondo, interno, è perché la mia percezione si è modificata con l’età. Ricordo quando ero adolescente e andavo a scuola.

Era in funzione la vecchia stazione e non esisteva ancora la ferrovia sotterranea. Quando il passaggio a livello era giù si creavano sempre code di automobili in via Circonvallazione. Il biglietto per il treno era un talloncino di cartone, bianco e rettangolare, che veniva obliterato manualmente dal controllore con una specie di pinzatrice. Le porte delle carrozze non erano automatiche ma si aprivano a mano come le porte di casa. Il prato fiera era chiamato così perché si tenevano le fiere oltre che il mercato settimanale. Molti campi dove giocavo al pallone da ragazzino durante l’estate sono ormai diventati palazzi.

Ricordo che mio padre non chiudeva a chiave il cancello di casa, ma usava solo un chiavistello. Altri tempi. Ora rubano i pomodori allungandosi in piedi sulla recinzione o i vecchi e malridotti mobili lasciati momentaneamente vicino alla porta di casa per il ritiro da parte degli operatori ecologici. E’ più facile fare così piuttosto che chiedere. Ricordo quando a scuola si andava a piedi o in bicicletta, non in auto lasciandola selvaggiamente sulla ciclabile o sui marciapiedi per non fare due passi in più. Altra educazione.

Il legame con Caselle è contradditorio. A volte si sente il desiderio di allontanarsene, di cercare nuove strade che possono essere più adeguate alle proprie aspirazioni. Altre volte ci si rende conto che si è indissolubilmente legati a questa realtà, che ci è toccato vivere qui quel tanto che basta da considerarla casa nostra.

Questa sensazione si può manifestare soprattutto quando si ritorna da un periodo trascorso lontano.  Si è consapevoli che è un paese vivibile, a misura d’uomo, con ampie potenzialità forse non valorizzate quanto ne avremmo bisogno. Il pensiero va immancabilmente alla caratteristica vecchia stazione e allo storico baulino. Due esempi di come c’è ancora parecchio da fare. Spesso se n’è sentito parlare come il paese attorno all’aeroporto, un paese che è solo di passaggio, mai una meta, e vive all’ombra di Ciriè o di Venaria.

Ora se n’è parla come dormitorio. Ma c’è ben di più. Ha una sua storia cittadina, delle tradizioni che sopravvivono allo scorrere del tempo e tante persone che attivamente e con passione si spendono in attività per migliorare la vita cittadina. Caselle può essere come tanti paesi oppure un paese che entra nella pelle. L’unico modo per farlo entrare dentro è volerlo incontrare in una nostalgica sera d’autunno.

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