E’ stato un ottobre di referendum quello appena conclusosi, ma, mentre in Catalogna c’è stato il caos, la follia della repressione della polizia e le conseguenze politiche (sciolto il governo catalano e indette le elezioni regionali da Madrid) e penali (diversi ministri ed il capo del governo Puigdemont sotto processo per ribellione, sedizione e malversazione), quelli svoltisi in Lombardia e Veneto domenica 22 sono stati tranquilli e pacifici. Perché questi referendum nel Nordest, dal taglio meno dirompente rispetto a quello catalano? I due governatori leghisti, Maroni e Zaia, chiedevano ai loro amministrati se erano favorevoli alla richiesta al Governo nazionale di una maggiore autonomia per le due regioni.
Niente statuto speciale automatico quindi (come qualcuno chiedeva e millantava…), anche perché per farlo non basta una consultazione indetta da una regione, ma c’è un percorso parlamentare e costituzionale ben preciso. Ma allora perché sprecare soldi (in Lombardia sono stati messi a bilancio 50 milioni di euro) con un, l’ennesimo, referendum consultivo? Perché, al limite, non farlo svolgere con altre consultazioni già previste (anche se su questo argomento i due governatori danno la colpa ad un certo ostruzionismo del governo nazionale)? Parrebbe, a leggere le analisi degli esperti politologi, che il senso di queste consultazioni (dando per scontato il successo dei favorevoli ad una maggiore autonomia) era meramente politico: un sì schiacciante, e con un’alta partecipazione, avrebbe dato maggior peso ai due governatori nelle rispettive trattative con il governo Gentiloni (e con i successivi governi, visto che le trattative non dovrebbero essere molto brevi…).
La nostra Costituzione prevede che tutte le Regioni possano chiedere più competenze al governo centrale, come si evince dall’art.116 del Titolo V: lo stupore di molti deriva forse dal fatto che nessuno prima vi aveva mai fatto ricorso. Il Veneto, che aveva previsto un quorum del 50% per rendere valida la consultazione, ha visto recarsi alle urne il 57% circa degli aventi diritto, mentre in Lombardia, dove non c’era un quorum, la percentuale è stata bassa, pari solo al 40% circa. In Lombardia c’è stato anche il flop dell’”e-voting”, la votazione elettronica (gestita da un’azienda americana) che ha avuto diversi problemi tecnici. Niente numeri stratosferici quindi, come qualcuno sperava, ed un’ovvia vittoria dei sì con percentuali superiori al 95%. Il giorno dopo i risultati, Zaia ha alzato il tono, chiedendo al Consiglio Regionale mandato per trattare la richiesta dello statuto speciale e dichiarando ai giornali che il 90% delle tasse pagate dai veneti deve restare in Veneto.
Un po’ più sfumato Maroni, visti i risultati meno brillanti. Il governo nazionale si è detto pronto a trattare, ma in molti si chiedono che necessità c’era di spendere tutti questi soldi quando l’Emilia-Romagna (che di certo leghista non è) ha già avviato le trattative sulla stessa materia senza fare nessun referendum? Staremo a vedere cosa succederà, sperando che tutto ciò non comporti il rinfocolare degli spiriti secessionisti di qualcuno… Una domanda sorge però spontanea: chi ci garantisce che le tasse rimaste in Regione verranno amministrate meglio di quando si mandavano allo Stato? Le indagini della magistratura sulle, ormai decennali, infiltrazioni ‘ndranghetiste nel Nord dovrebbero far riflettere e drizzare le antenne, perché loro (la criminalità organizzata) le antenne le hanno già sicuramente drizzate sui, possibili, futuri soldi da arraffare.

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