Non so se nelle vostre scorribande per la Romagna siate mai passati da Fusignano (Ravenna). Forse lo avrete fatto, senza però supporre che quel sonnolento paese disteso nella vasta pianura “ove, andando, ci accompagna/l’azzurra vision di San Marino” fosse culla di uno dei più grandi compositori italiani: Arcangelo Corelli. 

Nato nel 1653 in seno a una famiglia patrizia, dopo gli studi prima a Lugo poi a Bologna si recò, ancora  giovanissimo, a Roma, dove rimase, si può dire, per il resto dei suoi giorni. 

Nella grande fucina di forme e stili musicali del ‘600, toccò a questo genio nostrano il compito di “fare ordine” ed insufflare nella musica strumentale il tipo di evoluzione adatta a portarla a trionfi pari a quelli che negli stessi anni otteneva l’invadente musica vocale. E’ da notare che, innamorato del suono degli strumenti, Corelli non si “sporcò” mai con composizioni vocali, di cui peraltro, per necessità, doveva a volte occuparsi come “direttore d’orchestra”. Se spesso l’intima essenza della sua melodia sembra rapportarsi al canto, resta pur sempre di matrice strumentale. Eccezionalmente dotato per il violino, non si limitò ad essere un esecutore ammiratissimo, ma diede un fondamentale contributo alla struttura della “sonata a tre” (l’origine di tutte le forme musicali a venire) e del “concerto grosso” (forma concertistica in cui un gruppo di solisti, il “concertino”, si contrappone alla massa dell’orchestra), e modellò idee formali profetiche a cui poi tutti si adeguarono.

Protetto da cardinali e papi, amico della regina Cristina di Svezia, membro dell’Accademia dell’Arcadia, definito “il nuovo Orfeo dei nostri giorni”, ebbe una vita non avara di lodi e di successi. Però il grande virtuoso era talmente schivo da lasciare dietro di sé ben poche tracce, quasi volesse essere ricordato solo attraverso i suoni: nemmeno esiste certezza sul suo reale aspetto fisico, qualsiasi ritratto che gli venga attribuito, non credeteci, in realtà è un falso. “Un Arcangelo di nome e di fatto”, venne detto, tenendo conto di questa sua singolare inafferrabilità. 

Di sicuro scrisse molto più di ciò che si conosce. Era affetto da un insormontabile perfezionismo per cui i lavori “ufficiali”, cioè quelli pubblicati, si limitano a sei soli numeri d’opera. Soprattutto i suoi straordinari “concerti grossi” furono frutto di un’attenta selezione di pezzi composti nell’arco dell’intera vita artistica e continuamente riveduti e limati: scelse ed elesse pochi brani fra la massa di una produzione più vasta andata irrimediabilmente perduta.

Numero di opere ridotto, dunque, ma con pregnanza tale da fare in breve il giro dell’Europa barocca e divenire base e pietra angolare per chiunque intendesse comporre per gli strumenti. Dovunque si ammirava la sua scrittura nobile, espressiva, sostenuta da un contrappunto vigoroso e da dissonanze ben studiate, la brillantezza e la cantabilità delle parti per violino (come nel Concerto “per la notte di Natale” dell’op.6/8)  o la fantasia ricchissima e innovativa (come nelle mirabolanti Variazioni sul tema della “Follia” con cui si conclude l’op.5). Si dice che quando i “Concerti Grossi” dell’op. 6 furono eseguiti per la prima volta a Londra, incontrarono un tale successo che, alla fine, gli esecutori furono costretti a eseguirli da capo, dal primo al dodicesimo!

Al momento della morte (1713) la sua fama nazionale ed europea era tale da far sì che venisse sepolto nel Pantheon con un monumento su disegno dell’architetto Filippo Juvarra; caso più unico che raro fra i compositori, che generalmente, anche i più grandi, acquisiscono solo dopo morti lo spazio che gli compete!

L’eredità di Corelli influenzò tutti i maggiori concertisti italiani del XVIII secolo, anzi si può dire che essi poterono “esistere” solo perché, prima, era esistito Corelli; nonchè i musicisti europei, come Jean M. Leclair e François Couperin, o Johann Sebastian Bach, che conobbe le soluzioni formali corelliane e le fece sue in modo superbo. Grazie a Corelli si verificò quasi una “esplosione” della musica strumentale nel mondo. La nuova inaspettata attitudine del pubblico ad ascoltare musica che non fosse né teatrale né sacra ma tutta imperniata sugli strumenti si sparse come olio un po’ dovunque, fermentando e creando un’infinità di sbocchi formali, tra cui quello che sarà considerato il “top” assoluto, il Quartetto d’Archi; di cui mi piacerebbe parlare la prossima volta. 

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