UnaVocePocoFaPrimo episodio: un suono troppo nitido e vicino. Qualche volta, anche i critici musicali acquistano il biglietto di uno spettacolo e si nascondono fra il pubblico pagante.
L’autore di queste righe lo ha fatto il 28 novembre alla Royal Opera House (Covent Garden) di Londra, per un’edizione, ben riuscita ma non pari alle attese, della Semiramide di Rossini. Abbarbicato in una poltroncina dell’amphitheatre (la galleria più alta, corrispondente al loggione dei teatri all’italiana), percepivo un’insolita differenza tra il suono delle voci dei cantanti, che proveniva chiaramente dalla sala, ed era sì pulito, ma inevitabilmente affiochito dalla distanza che le onde sonore dovevano percorrere; e il suono dell’orchestra, incredibilmente nitido e squillante, che pareva giungere, più che dal golfo mistico attraverso la sala, dall’architrave che regge la volta della galleria. Non che l’effetto fosse disdicevole, ma aveva qualcosa di artificiale. 
Poiché a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, nell’intervallo, fingendo una mossa maldestra, ho acceso la torcia dello smartphone puntandola su quell’architrave, accuratamente tenuto in ombra, ed ecco apparire una serie di casse acustiche puntante verso il pubblico…

Secondo episodio: pettegolezzi tra colleghi. Alla fine di novembre – ricordate lo scorso numero? – si è tenuto a Bergamo il festival «Donizetti Opera», rassegna il cui spessore culturale e artistico si sta rafforzando di anno in anno. Ad una recita un critico musicale (evitiamo ogni riferimento che possa portare ad individuare le persone coinvolte) riferiva di aver visto, la sera precedente, un noto collega che aveva passato l’intera recita smanettando sullo smartphone, invece di guardare il palcoscenico.

Perché riferire questi fatti?
Perché sono due esempi di quella pervasività della tecnologia che sta ormai coinvolgendo (e forse sconvolgendo) ogni nostro ambiente e momento di vita. Sia chiara una cosa: lo spettacolo dal vivo è, come dice il suo stesso nome, un fatto contemporaneo, quand’anche riproponga testi (musiche) del passato, e nella contemporaneità deve vivere; sarebbe sbagliato pensare di imbalsamarlo in prassi tramandate quando queste non siano essenziali alla sua riuscita.
Quindi, ben venga la tecnologia che permette di rendere più rapide ed efficaci le operazioni sceniche, e di migliorare la sicurezza di chi lavora in teatro; ben vengano i visori che, dietro le quinte, permettono a qualche cantante smemorato di rammentare i testi senza essere imboccato da un rumoroso suggeritore; e ben vengano i soprattitoli nei teatri d’opera (vent’anni fa su questo argomento vi furono forti polemiche, ma ormai sono universalmente accettati), che aiutano ad apprezzare meglio la drammaturgia degli spettacoli comprendendo i libretti intonati.
Tuttavia, la tecnologia non deve tradire la natura stessa dello spettacolo dal vivo, cioè quella di essere… dal vivo! un ascolto mediato dalla diffusione amplificata, quand’anche reso acusticamente migliore (ma non è affatto detto che ci si riesca), perde inevitabilmente il fascino che ha la musica udita direttamente dallo strumento che la ha emessa.
Quindi, si lasci a chi va in teatro e in auditorium il piacere di sentire un suono, magari imperfetto, ma vero. Ovviamente, quanto scritto vale solo parzialmente per i generi musicali che nascono con gli impianti d’amplificazione, ma qui, lo sapete, di musica classica si sta parlando.

Il secondo episodio riferito, forse, merita ancor più attenzione. Nella mia esperienza, non ricordo di aver visto colleghi passare la serata chini su un telefono, ma è sempre più frequente osservare spettatori che, durante un concerto, chattano o consultano il web con una discreta frequenza. Nei teatri, questo crea dei punti luce fastidiosi, che talvolta costringono le maschere di sala a intervenire per richiamare al rispetto degli altri ascoltatori; nelle sale da concerto si nota meno, ma per i vicini di posto è pur sempre fastidioso.
Ciò che più stupisce, però, è che tutto questo non sia fastidioso per chi lo fa: se ci si reca a uno spettacolo, si dovrebbe essere interessati a seguirlo con attenzione e passione; e poi, eventualmente, a commentarlo con gli amici.
Se la smania dell’immediato toglie il piacere di un’ora di contemplazione artistica, diventa necessaria una seria riflessione sulla presenza della tecnologia nelle nostre vite.

 


 

QUESTO MESE AL BOTTEGHINO…

Unione Musicale: il 18 dicembre, all’auditorium Rai, recital del violinista Uto Ughi e del pianista Andrea Bacchetti; musiche di Mozart, Dvorak, Saint-Saens, Sarasate. L’8 gennaio, al Teatro Vittoria, La Compagnia del madrigale presenta una selezione di composizioni cinque-secentesche su testi della Gerusalemme liberata. Il 17 gennaio, al Conservatorio, concerto per due pianoforti delle sorelle Katia e Marielle Labèque, con la partecipazione dei percussionisti Andrea Bindi e Simone Rubino.
Filarmonica: il 16 gennaio “La sala da pranzo”, quarta delle nove “stanze” che compongono la stagione. In programma un’ouverture di Telemann, la Sinfonia n. 83 di Haydn e una prima assoluta, dirige Luca Guglielmi.
Orchestra Rai: il 23 dicembre Concerto di Natale, diretto da James Conlon, con celebri passi ispirati al tema della Natività e una suite dallo Schiaccianoci di Cajkovskij, il balletto natalizio per eccellenza. L’11-12 gennaio il soprano Krassimira Stoyanova propone due scene da opere di Richard Strauss, sotto la direzione di Juraj Valcuha; a seguire la Sinfonia n. 1 di Sostakovic.
Concerti Lingotto: il 19 dicembre Le concert Lorrain e il Dresdner Kammerchor eseguono l’Oratorio di Natale di Bach, con Joanne Lunn, Margot Oitzinger, Markus Schafer, Peter Kooij, direttore Christoph Prégardien.
Teatro Regio: balletto a dicembre: fino al 19 Il lago dei cigni di Cajkovskij, con il corpo di ballo del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo. Il 29-30-31 galà di danza di Roberto Bolle. Dal 16 al 25 gennaio Turandot di Puccini, con Oksana Dyka, Jorge de Leon, Erika Grimaldi, direttore Gianandrea Noseda, regia di Stefano Poda. Per la stagione di concerti, il 18 dicembre proiezione del film La febbre dell’oro di Charlie Chaplin con musica eseguita dal vivo (direttore Timothy Brock).

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