CronacheMarziane

Vedo solo che, qualcosa sta… nascendo: è un albero, si è un Albero, di trenta piani. Il grande e insuperabile Celentano aveva visto lungo già nel 1972, con questa splendida canzone insieme al mitico film Yuppi Du di tre anni dopo, dove parlava di inquinamento e cementificazione. Da allora è peggiorato tutto. Moltissimo.

Arrivai a Caselle con i miei genitori in gommone risalendo la Stura nel 1967, da Flekkfjord (un bellissimo paesino situato nella Norvegia meridionale, nella zona dei fiordi a due passi da Bergen).
Io sarei rimasto, ma “magna Balda” era stufa di vedere sempre le sue famiole sott’olio congelate a causa delle temperature polari, e di vedere inverni che duravano sei mesi. Allora partimmo per il Sud più caldo.
Caselle mi piaceva. Era un paese a misura d’uomo, molto vivibile e accogliente. Per un bambino di 7 anni c’erano un sacco di cose da scoprire: non c’era solo l’aeroporto – dove andavo spesso a vedere gli aerei, perché si poteva entrare liberamente -, c’erano le “Ville a fungo”, particolarità unica della zona che pochi conoscono: all’ingresso del paese arrivando da Torino, sulla sinistra, si potevano ammirare due belle ville affiancate in stile avveniristico. Una è rimasta, ma l’altra fu poi impietosamente abbattuta per lasciare posto al solito anonimo triste condominio.
C’era la “manifestazione aerea”, che aspettavo con ansia: bellissimo vedere i capisquadriglia che durante le prove spuntavano da sopra la casa con i loro G91Y, provocandomi un infarto per lo spavento.
Oppure c’era il treno, la famosa Ciriè-Lanzo, che non mi stancavo mai di osservare dalla finestra.
Inoltre ricordo che, ovunque guardassi, c’erano molti prati e spazi aperti; la periferia del paese non era ancora un capannone unico, esisteva ancora la campagna. Ora sui pochi alberi a Caselle fioriscono i “gratta e vinci”.
Frequentando le scuole medie feci alcune amicizie, con le quali vivevo il tempo libero genuinamente e spensieratamente, senza la tecnologia che sarebbe arrivata anni dopo a rovinare tutto e annullare l’umanità.

Oggi i ragazzi cellulardipendenti 2.0 sorrideranno leggendo queste righe, ma il divertimento più bello a quei tempi era di andare a Stura a fare cross con le bici. C’era un campo da cross realizzato da quelli “più grandi” con ripide salite e sentieri nei boschi, dove ci buttavamo come Picco alla Parigi-Dakar, arrivando spesso a casa tutti graffiati e malconci con le bici mezze rotte e le ruote bucate: ci avrebbe pensato Foco a rimetterle in sesto nella sua bottega ormai scomparsa, all’incrocio di Via Circonvallazione con Via Carlo Cravero.

A Caselle inoltre c’erano ben due cinema: il cinema Italia sempre in via Cravero e il cinema Roma al Prato della Fiera. Non si contano le volte che andai col babbo a vedere i film dei “Comboys” o di Terence Hill e Bud Spencer. Crescendo, arrivò la mitica Fiat 127 del babbo, così potevo esplorare i dintorni e non solo.

Per decidere cosa fare il sabato sera, c’erano due punti di ritrovo, a seconda dei diversi gruppi di amici: Piazza Boschiassi che era un parcheggio, e Piazza Stazione (ora Piazza Macerie, Largo Beirut, Zona Postatomica).

Stavamo delle ore a discutere su dove andare, ma il più delle volte rimanevamo a Caselle: allora offriva molti ritrovi per passare la serata, non c’era bisogno di “scappare” nella bolgia chiamata Torino.

C’era la piola del Monferrato, ritrovo di bravissimi musicisti progressive rock italiano, jazz e fusion; c’era il pub Caluso dalle ottime birre alla spina, sempre pieno di gente e di fumo; invece se uno cercava la classica osteria con i tavoli all’aperto sotto il pergolato dove gustarsi due tomini e un frizzantino, andava a Stura Francia. Purtroppo il locale fu spazzato via da un’alluvione.

Se invece volevamo gustarci la pizza, c’era il Cipepa a Devesi, locale ormai scomparso da molto tempo; e per del buon pesce si andava “Da Pia” a Fiano. Gli irriducibili discotecari invece andavano a Torino, Lanzo o a Corio, con le loro orrende Ritmo 105 Turbo taroccate o le prime Golf. Ovvio che li evitavo come la peste.

Poi c’era un importante centro di aggregazione: il Centro Giovani, ubicato nelle scuole di Via Bona. Gestito da un abile psicologo, molti giovani si incontravano lì per svolgere diverse attività come la fotografia o la musica, oppure per parlare semplicemente dei loro problemi. Inoltre si organizzavano molte mostre, concerti all’auditorium e feste, come quella di Carnevale dove mi travestii da donna talmente bene che avrei potuto intraprendere una carriera da escort e ora sarei nelle schiere del Berlu, mantenuto a vita. Non c’era ancora la moda odierna dei nostri educati pargoli, ovvero distruggere le fioriere o dare fuoco alle balle di paglia.

Il Centro Giovani era molto importante, occupava il sabato e parecchie sere, ed era molto frequentato. Come tutte le cose che funzionano bene, ebbe vita breve: fu chiuso a causa di alcune mammine perbeniste che credevano girasse droga. Vi posso assicurare che non era vero altrimenti sarei andato via immediatamente essendo contro il fumo e le droghe in genere.

Poi c’era un locale di nicchia quasi segreto, ritrovo degli appassionati di musica e di vinile: (avete presente quei dischi rotondi che si usavano con l’impianto stereo per ascoltare musica ad alti livelli? No mi spiace, non entrano negli i-Pod) il negozio di dischi di Beru & ‘O Malley, in Via Cravero, di fianco al Cinema Italia. Una vera perla, dove oltre a trovare dischi rari e preziosi ci si confrontava tra musicisti. Era quasi d’obbligo, dopo il lavoro, passare a trovare il Beru, noto batterista di Caselle.

Ed era piacevole andare nei negozi, perché esisteva ancora il rapporto umano: si scambiavano due parole, ci si conosceva. Ne ricordo due particolari: uno dei primissimi tempi, come quelli rari che si trovano ancora in montagna, era sotto i portici in Via Torino (dove ora c’è il bar) e aveva di tutto. Dalle figurine al prosciutto, dalla ferramenta ai giornali. Non c’era riscaldamento, bisognava entrare col cappotto anche in pieno agosto.

L’altro era una formaggeria, si trovava di fianco alla chiesa S.Maria: mi bastava entrare ed ero già ingrassato di tre chili. Gorgonzola col mascarpone, raschera, bra, friulano, eccetera. Un profumo paradisiaco. Irripetibile.

Ma il tempo passa, e come un uragano rovina, cancella, porta via. Oggi non riconosco più Caselle.
Sta diventando come uno di quei paesoni anonimi della periferia di Milano, collegati da stradoni con le zone industriali ai lati, che hanno soppiantato i prati che vidi da bambino. Una lunga periferia di Torino.
Le strade sono al collasso, sature di traffico: in alcune vie, come Via Circonvallazione, non si può nemmeno entrare nel cortile dell’abitazione che qualche idiota suona subito il clacson per passare. Se glielo fai notare, scatta la rissa. In alcune vie di Caselle c’è più traffico che a Shangai, anche se lì ci sono i vigili.
I negozi sono ormai dimezzati: a causa della concorrenza, delle tasse, dei vari balzelli per questo e quello, dei lavori in corso eccetera fanno molta fatica ad andare avanti. Per fortuna è rimasto ancora il rapporto umano, ma chissà quanto durerà. Tutta la mia stima a quei coraggiosi negozianti che lottano tutti i giorni.

I punti di ritrovo non sono più le piazze, perché a causa dei cosiddetti social (che di social non hanno niente, anzi hanno allontanato le persone) preferiamo parlarci tramite una fredda tastiera, anziché davanti a una birra. Già, ma in quale birreria? Forse ne è rimasta una sola. Non me ne vogliate, Elis e Co., ma la mazzata finale al nostro povero paese arriverà con l’ennesima, inutile, inquinante colata di cemento, ovvero il mega centro commerciale dell’aeroporto. Nessuno ne sentiva il bisogno, dato che ne siamo sommersi: abbiamo tutto il necessario e se non bastasse, ce ne sono diversi a Settimo, quindi a due passi da noi.

Promettono posti di lavoro e benessere. Speriamo non solo per il portafoglio di qualche politico e qualche impresario edile.
Ma poi. Io apro una piccola bottega di gastronomia a Caselle con tanti sacrifici e tu cosa fai? Mi apri un frigorifero gigante, dove trovo la rarissima insalata di pinguino o il patè di cavallette o il pitone in carpione?
Non credo che coloro che arriveranno in aeroporto invece di visitare Torino o le nostre montagne andranno a fare shopping. Per non parlare del traffico e del conseguente inquinamento: come ho detto, non si gira ormai nemmeno più a piedi perché si rischia di finire a pelle di leone su qualche parabrezza.

Voglio vedere cosa succederà quando le mandrie del Black Friday (ennesimo termine inglese per definire ulteriormente la stupidità umana) invaderanno le nostre strade, in preda alla febbre da acquisto inutile e compulsivo. I miei occhi hanno visto cose che voi giovani umani casellesi non potete nemmeno immaginare. E tutto questo andrà perduto nel tempo, come lacrime sotto la pioggia (Blade Runner, Ridley Scott, 1982).

Viva il progresso e buon shopping. E ciao ciao Caselle.

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