Liliana Segre, 88 anni, milanese, è stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio scorso.
Chi è Liliana Segre? Di origine ebraica, orfana di madre in tenera età, rimase vittima delle leggi razziali fasciste all’età di 8 anni, dovendo abbandonare la scuola. Cinque anni dopo, nel dicembre 1943, tentò di fuggire in Svizzera (insieme al padre e a due cugini), ma venne fermata dai gendarmi del Canton Ticino e rimandata al confine italiano, dove venne arrestata. Dopo alcuni giorni venne trasferita al carcere di San Vittore a Milano, per poi essere deportata, il 30 gennaio 1944, in Germania insieme al padre.
Partirono dal famigerato binario 21 della Stazione Centrale di Milano e giunsero al campo di concentramento di Birkenau. Giunti al campo, i due vennero divisi e Liliana non vide mai più il padre (che morirà ad Auschwitz il 27 aprile 1944). Anche i nonni paterni vennero successivamente arrestati e condotti ad Auschwitz, dove vennero uccisi il giorno stesso del loro arrivo, il 30 giugno 1944. Fu impiegata in una fabbrica di munizioni di proprietà della Siemens.
Il 27 gennaio 1945, sgomberati i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau da parte dei nazisti per l’avanzata dell’Armata Rossa, Liliana Segre era una dei circa 56 mila prigionieri trasferiti, a piedi, attraverso la Polonia. La Segre giunse prima al campo di Ravensbruck, ed infine a quello di Malchow, nella Germania settentrionale.
Solo il 1° maggio 1945 venne liberata dai sovietici, giungendo poi a Milano nel mese di agosto. Per le fredde statistiche, Liliana è una dei 25 sopravvissuti italiani under 14 su 776 che furono deportati nel complesso di campi di Auschwitz.
Solo nel 1990, dopo 45 anni di doloroso silenzio, la superstite accettò di partecipare ad alcuni incontri con studenti milanesi, per raccontare la propria tragedia. Già un presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, le conferì l’onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana, nel 2004.
Il Presidente della Repubblica Mattarella ha fatto una nomina giusta al momento giusto, proprio nell’ottantesimo anniversario della proclamazione delle leggi razziali fasciste, un’infamia che segnerà per sempre il nostro Paese, ed in prossimità della Giornata della Memoria.
Perché questa nomina, per certi versi, assai simbolica? Due esempi a noi territorialmente (e temporalmente) vicini possono bastare?
Primo esempio. 26 gennaio 2018, vigilia del Giorno della Memoria, davanti all’Istituto Alberghiero “Colombatto”, Torino zona Santa Rita, 8 del mattino. Mentre alcune classi si preparano a partecipare alla fiaccolata che da Porta Nuova ha raggiunto le ex Carceri Nuove, attivisti del Blocco Studentesco (ala giovanile del movimento neofascista Casa Pound) volantinano: ne nascono tafferugli sedati dall’intervento dei Carabinieri.
Secondo esempio. 22 ottobre 2017, cimitero monumentale di Torino. Attivisti di Casa Pound (ancora loro), durante una commemorazione dei caduti della repubblica sociale di Salò fanno il saluto romano e vengono ripresi ed identificati dalla Digos che informano la Procura. Ebbene, proprio in questi giorni arriva la richiesta di archiviazione da parte del Pubblico Ministero: non è apologia del fascismo, ma omaggio ai caduti, in forza anche di una sentenza della Cassazione del giugno 2017.
Il problema in questo secondo caso non è forse il saluto romano in effetti, ma il fatto che ormai si autorizzino abitualmente manifestazione di stampo neofascista. C’è una certa, pericolosa, indifferenza che serpeggia nell’opinione pubblica italiana (e non solo), con solo più l’Anpi (e pochi altri a scandalizzarsi): ma le idee fasciste e naziste non sono uguali alle altre, pensare ciò è molto pericoloso. Come ebbe a dire Giacomo Matteotti, deputato socialista, assassinato da una squadraccia fascista per via delle sue denunce pubbliche, “il fascismo non è un’opinione, è un crimine”.

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