Franco Costa, il noto giornalista che lavorò per la Rai, si è spento domenica 21 gennaio scorso, a 77 anni.
Da qualche anno, a seguito dell’insorgenza di una malattia degenerativa, era ospite a Caselle della casa di riposo “Nuovo Baulino”. Lascia tre figli. Volto notissimo agli amanti del calcio (Juventus o Torino che sia), ma un calcio che non esiste più, quello degli anni ’70 e ’80, quando tutti  aspettavano la “sua” Domenica Sportiva (o 90° Minuto) per vedere qualche immagine della squadra del cuore.
Altri tempi appunto: oggi si è bombardati da immagini calcistiche tutto il giorno, tutti i giorni, su molti canali e la “sua” Rai è finita nella retroguardia, scavalcata da colossi come Premium o Sky.
Un calcio che, probabilmente, non gli piacerebbe più: troppo veloce, tanto business e sempre meno sport.
Il ricordo del figlio Alessandro, anche lui giornalista sportivo: “Papà era orgoglioso del lavoro che faceva e di essere un inviato della Domenica Sportiva. Erano altri tempi ed era un altro calcio. Ha seguito soprattutto le partite della Juventus e del Torino, ma ricordo che per alcuni anni, quando la Lombardia aveva 4-5 squadre in serie A, andava sovente a seguire le partite, a Bergamo o Brescia per esempio, e poi di corsa alla sede Rai di Milano per montare il servizio in tempo per la trasmissione. Era tutto diverso e le trasmissioni Rai erano molto seguite, oltre ad essere l’unico modo per vedere immagini della propria squadra del cuore in tv.
Aveva la fama di essere un tifoso juventino, forse perché era nato in una famiglia di fede juventina, in realtà lui è sempre rimasto professionalmente distaccato.
Si trovava bene in entrambi gli ambienti, juventino o granata che fosse, con il suo modo di fare. Una cosa buffa che raccontava spesso è che quando andava a seguire la Juve c’erano dei tifosi che lo insultavano perché per loro era tifoso granata; viceversa quando seguiva il Toro, trovava dei tifosi che lo insultavano perché lo ritenevano juventino.
Papà mi portava spesso con lui, specialmente a vedere i derby, ed è proprio così che mi sono innamorato del Toro. Aveva tanti amici tra i giocatori di Juve e Toro. Ad esempio era molto amico di Luciano Castellini, uno di famiglia per noi, ma anche di Gaetano Scirea: ci rimase molto male quando seppe dell’incidente mortale occorsogli in Polonia.
Comunque ci raccontava che già ai suoi tempi c’era differenza tra le due squadre: l’ambiente del Toro era molto più familiare, aperto, tanto è vero che aveva confidenza con tutti i presidenti granata che si sono succeduti; invece quello juventino era già un ambiente più chiuso, esclusivo, impersonale. Sì, è vero, che aveva rapporti con l’avvocato Agnelli, ma non è che fosse a sua disposizione come molti raccontano”. “Mio padre”, continua Alessandro, “cominciò a scrivere per Stampa Sera, dove rimase fino al ’78, andandosene per dissapori. Dopo un paio d’anni nelle tv locali, riuscì ad entrare in Rai, dove dall’84 in poi è tornato ad occuparsi di sport, la sua passione. Lasciò alla fine degli anni ’90, quando si rese conto che la sede Rai di Torino aveva perso la sua centralità, deluso anche dal fatto che altre emittenti stavano prendendo piede”.
I funerali si sono tenuti il 24 gennaio nella Chiesa di Santa Maria.

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