Scrivo queste poche cose prima di sapere con quale Italia ci sveglieremo dopo la tornata elettorale.

Se avrà vinto il partito degli astenuti, consegnando in che mani il nostro destino. Se all’orizzonte si profilerà una temporanea “grosse koalition”. Se avrà vinto chi ha saputo sparare le balle migliori.

Di certo v’è da dire che ho patito come non mai l’appena trascorsa campagna elettorale.

Una campagna elettorale becera, trucida che ha fatto tanto perché sperassimo una cosa sola: che finisse in fretta. E’ stata la peggiore di quelle vissute in piena epoca repubblicana, perché, oltre a sdoganare ulteriormente il fascismo, ha riproposto la violenza come mezzo per risolvere questioni politiche, tanto da elidere ogni possibile giustificazione. Una campagna elettorale che troppo poco è stata spesa sui contenuti, ma che ha preferito giocare una carta da sempre vincente, istillando nelle nostre menti la paura. Perché?

Per spiegarlo,  faccio mie alcune frasi di Paolo Rumiz, che così si è espresso sulle colonne di Repubblica:

“La risposta è di un’ovvietà elementare. Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici. Funziona sempre, i  media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli. La malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea  si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani. Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato  “Brexit”- . Lo fanno i Catalani chiedendo di separarsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo. Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità. E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude. È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?”

In questi mesi ci sono stati silenzi che hanno  ferito e offeso, ben più di quanto abbiano potuto certi insensati sproloqui.

 

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