20 marzo 1994, 20 marzo 2018.
Sono passati 24 anni dal duplice omicidio della giornalista della Rai Ilaria Alpi e del suo collega operatore Miran Hrovatin, barbaramente uccisi in Somalia a seguito delle loro scottanti inchieste, in teoria… “In teoria” è volutamente provocatorio, perché ufficialmente non si sa quasi nulla ancora oggi sul misfatto, al punto che l’inchiesta è sul punto di essere archiviata dalla magistratura italiana: un ulteriore affronto nei confronti dei due giornalisti, che rischia di passare sotto silenzio.
Per questo il 20 marzo c’è stato un rumoroso sit-in di protesta da parte della Federazione Nazionale della Stampa, del sindacato Usigrai e del Comitato di Redazione del Tg3 per rimettere al centro dell’attenzione questo duplice omicidio, perché serve chiarezza e, soprattutto, giustizia! Almeno quello meriterebbero i due coraggiosi professionisti sulla cui inchiesta per duplice omicidio è attesa l’udienza per l’archiviazione del processo il 17 aprile prossimo: il gip di Roma si troverà a dover valutare la richiesta d’archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica di Roma sull’omicidio avvenuto a Mogadiscio.
Per la procuratrice che ha chiesto la chiusura del caso, non è stato ad oggi possibile risalire a mandanti ed esecutori dell’assassinio, né tantomeno sarebbero state trovate prove su presunti depistaggi sulla gestione del presunto testimone Ahmed Ali Rage, che in prima battuta aveva accusato il miliziano Omar Hashi Hassan di essere l’esecutore del duplice omicidio, facendolo condannare a 26 anni di carcere, salvo poi ritrattare tutto.
Su questo fatto specifico, la Procura romana si è assunta la responsabilità di affermare che non ci sono state “manipolazione delle prove o testimonianze pilotate”, ma sono in molti a non pensarla proprio così… Com’è noto, Ilaria Alpi stava lavorando su di un traffico internazionale di rifiuti tossici e armi: la giornalista avrebbe infatti scoperto che carichi di rifiuti tossici partivano dall’Europa via nave per giungere in Africa, in cambio di tangenti e armi. Di mezzo ci sarebbero stati anche pezzi di servizi segreti deviati ed infedeli.
Nel novembre 1993, sempre in Somalia ed in circostanze nebulose, era stato ucciso il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, in contatto con la Alpi.
Il giorno del duplice omicidio, Alpi e Hrovatin erano di ritorno da Bosaso, nel nord della Somalia, dove avevano intervistato il cosiddetto “sultano” della cittadina, Abdullahi Moussa Bogor, che aveva parlato di stretti rapporti tra funzionari italiani ed il dittatore Siad Barre, a partire dalla fine degli anni Ottanta.
Con ogni probabilità, le inchieste della Alpi e del collega Hrovatin erano arrivate a toccare personaggi influenti, non tanto nel martoriato Paese del Corno d’Africa (come molti hanno cercato di far credere), ma proprio nel Belpaese, da qui la “condanna a morte” dei due giornalisti.
Comunque, nemmeno le Commissioni parlamentari d’inchiesta sono mai giunte a risultati unanimi, tra mille polemiche.
Archiviare il processo, sarebbe come far morire un’altra volta questi due nostri coraggiosi compatrioti che stavano svolgendo solo il loro lavoro: il processo deve rimanere aperto, vanno ricercati gli esecutori, ma soprattutto i mandanti, che potrebbero essere “tranquillamente” nostri connazionali, sicuramente personaggi influenti.
Ilaria e Miran reclamano giustizia da 24 anni, non abbandoniamoli.

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