Con la collaborazione degli Archivi Guttuso, a cinquant’anni dalla primavera del Sessantotto, si apre alla GAM la mostra dedicata ad un artista dal fervido impegno civile, che concepì l’arte come mezzo di espressione politica, come monito sia contro le guerre e l’imperialismo, sia a favore della giustizia sociale, oppure a sostegno dei movimenti popolari e giovanili. Curata da Pier Giovanni Castagnoli, la mostra su Renato Guttuso (1911–1987), pittore e critico d’arte, membro del Comitato centrale del PCI nonché senatore, raccoglie opere datate tra la fine degli anni Trenta e il 1975. L’esposizione è accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, contenente saggi di Pier Giovanni Castagnoli, Elena Volpato, Fabio Belloni, Carolyn Christov-Bakargiev, oltre a scritti di Guttuso ed un’antologia critica.

Dalle opere emergono tanto la tensione politica –convergente su temi tratti da avvenimenti storici perlopiù contemporanei- quanto il realismo della figurazione, pur intriso di esperienze avanguardistiche. Per Guttuso infatti “un’opera d’arte non è eccelsa se non è nello stesso tempo un simbolo e l’esatta espressione della realtà -come dice Maupassant-”; egli è convinto che “il socialismo ci aiuti […], essendo la grande forza liberatrice del mondo moderno, la sola via verso una totalità dell’uomo”. Numerose opere riguardano la guerra, le fucilazioni, i regimi oppressivi: la pubblicazione della raccolta di disegni ed acquerelli “Gott mit Uns” (1944) coincide con il ricordo dei crimini nazisti e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. “Fucilazione in campagna” (1938), dedicata all’esecuzione di Federico Garcia Lorca, rappresenta invece un’evoluzione stilistica verso l’espressionismo pittorico caratterizzato da un’intensa carica di protesta.

La maturità del giovane artista, rapidamente  raggiunta in seguito alle frequentazioni di numerosi pittori della scuola romana e di quella milanese, era già testimoniata dal dipinto “Autoritratto con sciarpa e ombrello” (1936), mentre, negli anni Quaranta, Guttuso intensifica l’interesse per le nature morte, aderisce al movimento “Corrente” ed inizia la ricerca post-cubista. “Nudo sdraiato” (1940) accoglie la lezione di Matisse, di Cezanne, del cubismo, ma “Autoritratto” (1943) e “Massacro” (1943) volgono all’espressionismo cromatico ed all’essenzialità. Particolarmente interessato a Boccioni scultore, a De Chirico metafisico ed a Carrà futurista, Guttuso è attratto altresì da Picasso, da Franz Marc, da Beckmann: “Vorrei riuscire a testimoniare del mio tempo […] senza essere costretto a falsarne i significati […] dicendo cose totalmente nuove. Vorrei saper utilizzare il più possibile le scoperte dell’arte di avanguardia senza copiare i metodi di nessuno […] Vorrei arrivare alla totale libertà in arte, libertà che […] consiste nella verità.”
Affascinato da “Guernica”, l’artista aderisce al movimento postcubista “Fronte Nuovo delle Arti” (nato nel 1947) ed al manifesto “Oltre Guernica”, prediligendo scene di vita sociale e popolare. La stilizzazione tipica di questa fase creativa è racchiusa in opere quali “Massacro d’agnelli” (1947) oppure “Cucitrice” (1947). Il pittore si distacca infine dal post-cubismo (1948), preferendo il figurativo ed il realismo, sebbene resti fedele ai toni cromatici accesi. Nonostante il crescente interesse per i temi sociali, il desiderio di una comunicazione “meno intellettuale” con il pubblico conduce l’artista ad una resa più naturalistica delle forme. Capolavoro di questo periodo è “La zolfara” (1953), scena in cui la sommessa rassegnazione dei lividi minatori contrasta con le vivaci cromie dei minerali e dei ridotti indumenti.

 

“La nuvola rossa” – olio su tela – 1966

Guttuso, già famoso e quotato alla fine degli anni Cinquanta, dipinge, tra gli svariati soggetti, finanche scene prive d’intento civile, quale “Boogie woogie” (1954). L’artista non tralascia inoltre di confrontarsi con l’arte informale mentre, negli anni ’60, si relaziona con il realismo della Pop art. La forza dell’autore si rivela tuttavia in massima misura nelle grandi tele dal carattere politico: “La nuvola rossa” (1966), ove gli oggetti diventano simbolo di ricordi, oppure “Comizio di quartiere” (1975) e soprattutto “I funerali di Togliatti” (1972), opera nella quale svariate tecniche artistiche ed eterogenee immagini generano sorprendenti complessità formali.

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