Oggi 9 maggio, è passata poco più di una settimana dalla Festa del Lavoro del 1° maggio.
Una settimana in cui ho pensato spesso a ciò che ho poi, provocatoriamente, voluto scrivere nel titolo di questa modesta rubrica: il 1° maggio è ancora (anche) la festa dei lavoratori? O è solo poco più di un’occasione per sfilare in corteo (almeno nei Paesi occidentali) dietro a striscioni di sindacati sempre meno rappresentativi?
Nel 2018 mi pare che il lavoro sia sempre più precario e, quindi, sempre meno tutelato. Mi sembra che si stia tornando indietro nel tempo e nei diritti, anziché andare avanti: di questo passo, nel giro di pochi anni rischiamo di tornare quasi ai livelli di quando la festa nacque.

Altro che lottare per lavorare 8 ore al giorno e 40 ore la settimana. Ormai sta diventando “normale” tutto, tranne che le otto ore: normale l’orario “spezzato”, normale lavorare di notte e nei festivi quasi senza maggiorazione, normale avere contratti settimanali. Per non parlare della “nuova frontiera”: il lavoro a chiamata…
Quasi quasi essere lavoratore interinale sembra, in alcune realtà, un privilegio. Per non parlare del proliferare a macchia d’olio delle cooperative, dove paghi (a volte cifre anche considerevoli) per diventare socio: ma socio di cosa? E non sto parlando di chi lavora nei festivi e/o di notte per ovvie necessità: forze di polizia, operatori sanitari, vigili del fuoco, ristorazione, musei… In questo caso bisognerebbe parlare di maggiorazioni quasi inesistenti…
Mentre invece è proprio necessario che gli ipermercati siano sempre, perennemente aperti? Sì, per noi clienti sarà anche comodo poter trovare qualcosa di aperto, ma è davvero così indispensabile? Prima cosa si faceva? Non si mangiava la domenica perché il nostro ipermercato era chiuso?

Ormai il 1° maggio sembra quasi solo diventato il giorno del Concertone in Piazza San Giovanni a Roma. Se non fosse per qualche incidente innescato da qualche sparuto autonomo e/o anarchico, nemmeno ci si accorgerebbe più per cosa si festeggia e/o si manifesta.
Gli scontri violenti che, quasi puntualmente, si verificano nei cortei del 1° maggio di altre parti del mondo (senza andare tanto lontano anche solo nella vicina Turchia) ci sembrano assai lontani e poco comprensibili…
Ormai sembriamo narcotizzati, insensibili, rassegnati a tutto ciò che accade: avere un posto di lavoro ci pare già un miracolo, figuriamoci se abbiamo il tempo e l’interesse di ricordare per cos’è nata la celebrazione del 1° maggio.
Ci stanno dicendo che la crisi iniziata, per convenzione, nel 2008, la più dura dalla fine della II Guerra Mondiale, è al termine, che l’economia e l’occupazione sono in ripresa anche da noi in Italia e siamo, apparentemente, contenti così.
Ma ci siamo resi davvero conto che le elezioni politiche di inizio marzo (che in molti hanno definito epocali, quasi rivoluzionarie…) alla fine sono state un elefante che ha partorito un topolino? Dopo due mesi non abbiamo un governo.
Ma d’altronde, come si fa a pensare per davvero che giocando sempre con le stesse regole (più o meno), possa uscire un risultato del gioco diverso dal solito?

Io continuo a convincermi sempre di più che il 1° maggio sia ormai la Festa del Lavoro, ma non più la festa dei lavoratori, perlomeno di tutti quelli che uno straccio di lavoro serio e non precario non lo vedono più da anni, magari proprio dal 2008 o giù di lì.

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