Cronache MarzianeDato il cattivo gusto che impera ovunque, faccio sempre molta attenzione nel selezionare le attività da svolgere nel tempo libero; no, non sto parlando di correre un’oretta in mezzo allo smog con defibrillatore e ambulanza al seguito. Sto parlando di belle mostre da visitare, manifestazioni, esposizioni e saloni di un certo livello. Ma nonostante questo, ci sono cascato come un badola.
Sicuramente sono stato ingannato dai manifesti che, ammiccando dai muri della città annunciavano tre-dico-tre grandi feste con meravigliose attrazioni, concerti, gare sportive, raduni di auto e moto, ottimo cibo, street food eccetera. Elvis, Marilyn Monroe e James Dean mi stavano chiamando.
Una “Festa Americana, una Festa Irlandese, un Festival dell’Oriente”. Il tutto all’interno di sterminati padiglioni di quella enorme cattedrale vuota ed inutile chiamata Lingotto.
Devo essere invecchiato, sto perdendo colpi. Avrei dovuto insospettirmi subito per almeno 4 motivi: 1° Si svolgeva al Lingotto; 2° Tre feste insieme; 3° Concerti e gare sportive insieme; 4° Festa molto popolare.
In un grigio mattino di un sabato freddo e temporalesco, ci siamo diretti al Lingotto, fiduciosi di trascorrere una ottima giornata. Ma il buon giorno si vede dal mattino (oppure il mattino ha loro in bocca, vecchio proverbio cannibale). Il Lingotto si trova in una delle zone più impraticabili della città: Torino Sud. Palazzoni ovunque, auto parcheggiate in doppia e terza fila, sempre che si trovi un parcheggio. Ho girato un’ora. L’accesso ai grandi parcheggi dello stabilimento era bloccato da alcuni cantieri in corso, non mi è rimasto che percorrere tutti gli isolati. Da Piazza Carducci alla collina di Pecetto. Da Via Nizza a Piazza Galimberti di Cuneo.

Anche alle altre 1.500 auto davanti a me non è rimasto che percorrere tutti gli isolati. Con un risultato quasi esilarante: gente disperata che abbandonava la propria auto, gente che vendeva al chilo grossi e ingombranti Suv. Trovato per miracolo un posto in un bel parco per tossici, finalmente siamo entrati.

Non appena varcata la porta a vetri di ingresso, o meglio dopo aver battuto una colossale nasata contro la porta a vetri invisibile, mi è crollato il mondo addosso. Anzi il mondo non è crollato, era tutto lì dentro.

FESTA AMERICANA

In un frastuono incredibile e in un nauseabondo odore di carne alla griglia, si presentava ai miei stanchi occhi un enorme padiglione grigio in cemento dalle volte altissime contenente una babilonia, un enorme circo umano: bancarelle di abbigliamento western, ovvero stivali, jeans, giubbotti e cappelli (ottimi gli Stetson); bancarelle vintage (targhe di auto anticate, poster, modellini di auto, giocattoli, abbigliamento usato); una bancarella di prodotti siciliani molto americani; diverse birrerie artigianali, bancarelle di abbigliamento per bikers. Immancabile il venditore dell’attrezzo pela tutto, molto intonato con il tema della festa.
Il raduno di moto (almeno, quello di sabato) probabilmente non si è svolto a causa della pioggia, e consisteva in 4-5 Harley spelacchiate e tenute pure male, e qualche moto jap customizzata.
In mezzo a tutto questo, un ring dove si svolgeva un combattimento di wrestling, con tanto di pubblico.
In fondo al padiglione, una decina di auto americane usate: più che un raduno, un’esposizione di qualche volpone che voleva spacciare dei vecchi catorci per dei pezzi unici ed introvabili a prezzo fiera.
Purtroppo in questo ambiente sono molti i commercianti che fanno credere di essere appassionati di auto, mentre invece vogliono solo vendere a persone che non sono in grado di riconoscere una fregatura.
In un altro punto del padiglione, una gara di basket, un corso di lotta e una bancarella di Soft Air, per i piccoli 50enni che giocano alla guerra. Immancabili gli irriducibili dei balli country, tutti con lo sguardo nel vuoto.
Vicino, l’unica cosa sensata di questo bordello: un bravo gruppo rockabilly abbigliato per l’occasione, con contrabbasso e chitarra semiacustica d’ordinanza che esegue magistralmente “Blue moon of Kentucky” di Bill Monroe. Ma le belle note si perdono tra le urla di quelli che vogliono fare canestro. Tristissimo.
Ma non era finita: in mezzo a tutto, diversi punti di ristoro che propongono grigliate, cocktails, street food vario.
Per chi non lo sapesse, lo street food rappresenta il peggior modo di mangiare: di solito si tratta di schifezze fritte in piatti di plastica e consumate camminando. Panini vari, tramezzini, piadine, crepes, primi e specialità varie che si digeriscono solo con l’idraulico liquido. Ma oggi va molto di moda, quindi funziona alla grande.
Volevo lucidarmi gli occhi con qualche flipper e qualche juke-box come descritto nel programma, ma di loro nemmeno l’ombra. Per fortuna siamo andati al mattino, perché alle 21 era previsto un concerto del sosia di Elvis Presley. Mi avrebbero sicuramente arrestato per omicidio. Povero Elvis, non puoi riposare in pace.
Dopo questo primo tragico impatto, che fare? Ormai il biglietto era pagato, tanto valeva continuare.

FESTIVAL IRLANDESE
Siamo andati quindi al festival irlandese. Io spero solo che non ci fosse stato nessun irlandese perché avrebbe pianto. In questo sterminato padiglione (anche questo grigio in cemento), la metà era occupato da lunghe panche con tavoli e da alcune birrerie dove servivano la Guinness, l’ottima birra scura di Dublino affiancata dai soliti cadaveri di animali cotti sulla brace.
Davanti, un grande palco per gli spettacoli a tema. A tema, vorrei sperare. Ma di questo passo non mi sarei stupito nel vedere un concerto di musica neomelodica napoletana. Normale, in Irlanda.
L’altra metà vedeva delle bancarelle con prodotti irlandesi (abbigliamento, collanine, braccialetti, spade, rune celtiche), un’area giochi per bambini (ma dai, mi mancava, non vedevo l’ora di trovarla..) e un’area riservata ai costumi da guerriero. Già li immaginavo certi personaggi nostrani alti un metro per 150 kg, indossare il mantello di Christopher Lambert in Highlander, con lo spadone più alto di loro…
E così, con un mal di testa da doposbornia di Bourbon e puzzando ormai come il cuoco di una friggitoria di Taiwan, ho deciso di finire questa giornata da masochista con il festival orientale.

FESTIVAL ORIENTALE
Già. Il Festival Orientale. Io, c’entro con l’oriente come un novantenne con la musica rap. Ma ero curioso.
Il padiglione, chiamato Oval, era staccato dagli altri: si doveva uscire e rientrare. A causa dei 52° dei primi due padiglioni e dei 3° della temperatura esterna, sentivo già l’arrivo di una nuova tracheite.
Al mio ingresso, niente di nuovo: una enorme bolgia anche qui, anzi era impossibile camminare data l’enorme affluenza di gente. Mentre vagavo ormai con lo sguardo vitreo, alla mia destra un grande palco, dal quale il santone di turno suonava uno strumento simile al didjeridoo australiano (un lungo tubo di legno nel quale si soffia, per produrre un suono molto basso, qui coperto dagli schiamazzi della plebaglia).
In ogni dove, bancarelle di prodotti tipici (kimono, pietre, cristalli, incensi, centinaia di bustine di té e infusi); tra queste, punti di ristoro (ristoranti cinesi, giapponesi, vietnamiti e thailandesi che friggevano nell’olio di qualche vecchia Fiat Duna). Una bancarella di belle sciabole katana: mi sarebbe piaciuto sapere come uscire con una katana. Soprattutto cosa dire alla pattuglia di Carabinieri che mi avrebbe fermato: “Guardi, sono il nonno di Uma Thurman e vorrei fare un corso accelerato di sciabola per uccidere Bill”.
Mi ha colpito un’area dove erano tutti coricati, intenti a concentrarsi: un posto decisamente tranquillo per meditare. Basta non far caso al passaggio orario di quelle 10.000 persone. Al piano superiore erano previsti dei corsi su alcune discipline orientali e sulle campane tibetane. Mah. Le campane tibetane. Oh Signur!
Senza offendere nessuno, le uniche campane che mi piace sentire sono quelle delle mucche, sperdute in qualche alpeggio a due ore da Balme e da ogni presenza umana.

Però non tutto il male vien per nuocere: anche in questa brutta esperienza, una cosa l’ho capita. Ho capito perché si chiama Oval Lingotto: perché ti vengono due balle così.

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