Cuore italiano

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C’è una parte di Italia che tastiera alla mano sfodera toni arroganti, cafoneschi, sgrammaticati, elargendo generosi quanto sommari giudizi e critiche a tutto ciò che non condivide, in barba alle idee altrui. C’è poi una parte di Italia che non ha più parole per lamentarsi, tanto meno chattare e twittare o lacrime per piangere. Sono i paesi dell’Italia centrale che il 24 agosto 2016 hanno subito un terremoto violentissimo. L’Italia è un paese molto fragile sotto l’aspetto idrogeologico, inoltre è situata al margine di convergenza tra due grandi placche, quella africana e quella euroasiatica. Il movimento relativo tra queste due placche causa l’accumulo di energia e deformazione che occasionalmente si trasformano e sotto forma di terremoti di varia entità si presentano in questi ultimi anni con frequenza drammatica.

Ci sono stata di recente e ho potuto vedere, anche se da lontano, ciò che resta. I paesi sono presidiati, giustamente, da militari, solo gli addetti ai lavori vi hanno accesso, ma ciò che si intravede dà l’idea del disastro. Graziosi grappoli di case aggrappate l’una all’altra sui monti sono ridotte ad una lava di macerie, muri scrostati, dove ancora sono appesi oggetti, resti di mobili, infissi. Questo spettacolo è ben visibile dalle “casette” prefabbricate costruite nella parte bassa dei paesi, alzando gli occhi si vede ciò che resta dei ricordi, del lavoro degli oggetti di una vita. Molti sono nati li, sono cresciuti, hanno messo su famiglia, cresciuto figli e accudito genitori, un attimo che sembrava senza fine si è portato via tutto, persone, intere famiglie, bambini, animali.

Il primo paese che ho incontrato è stato Arquata del Tronto in una giornata piovosa e grigia che rendeva ancora più tragico, se possibile, l’ambiente circostante. Appartenente alla Comunità montana del Tronto, è l’unico comune d’Europa racchiuso all’interno di due aree naturali protette: il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga a sud, e il Parco nazionale dei Monti Sibillini a nord. Confina con tre regioni (Lazio, Umbria e Abruzzo), noto per la presenza della storica rocca medievale che sovrasta l’abitato. La rocca, mi hanno detto alcuni abitanti, sarà l’unica parte ricostruita del centro abitato, il resto sarà raso al suolo, non esisterà più.

C’è anche una copia della Sindone risalente al 1653 nell’antica chiesa di San Francesco, ora danneggiata dal terremoto; fu rinvenuta nel corso di lavori di conservazione e restauro della chiesa nel passato, il telo si trovava piegato e racchiuso in un’urna dorata, nascosta dentro la nicchia di un altare.

Dopo il sisma è stata trovata intatta, mentre poco lontano un’icona e un altare sono stati colpiti dai calcinacci. La Sindone è un’icona religiosa su un lenzuolo di lino, considerata identica a quella di Torino.

La Rocca è la fortezza, costruita tra il XIII e il XV secolo, con blocchi di pietra arenaria locale, sulla zona più alta del paese per scopi difensivi, rappresenta un’importante memoria di storia e di arte per Arquata e il suo territorio. Da secoli è spettatrice e protagonista delle tante vicende, lotte, contese e fatti d’arme che hanno disegnato la sorte di questo comune, divenendo col tempo il simbolo stesso dell’identificazione dell’arquatano, delle zone a sud del Vettore e dell’Alta valle del Tronto (fonte Wikipedia)

Un altro legame con Torino è la scuola prefabbricata intitolata a Specchio dei tempi, considerata un modello per tutto il Centro Italia e sarà presto completata dalla palestra. Un altro simbolo di speranza per un paese che ha avuto 51 morti ed è ancora completamente distrutto.

Vicino ad Arquata si trovano Accumoli ed Amatrice, stessa desolazione e la pioggia rende ancora più triste un paesaggio di montagna che in quanto tale è difficilmente e faticosamente raggiungibile.

Non ci dimenticheremo mai le immagini del lavoro dei residenti e dei volontari, la forza e la voglia di trovare qualcosa e soprattutto qualcuno, ecco questa è l’Italia che ha visto tutti uniti e solidali (pochi esclusi).

 

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